Il nucleare galleggiante: perché non su una chiatta sul Po … !?


Gli immensi cantieri navali di San Pietroburgo hanno assistito alla nascita del primo scafo che ospiterà, al suo interno, due reattori nucleari da 35 MW di potenza ciascuno. L’imbarcazione è di dimensioni considerevoli, con una lunghezza di 144 m ed una larghezza di 30 m ricorda, proprio per la forma, una centrale terrestre. Tuttavia il risparmio in termini di spazio, denaro e tempo di messa in opera è significativo: l’imbarcazione non occupa certo diversi acri di terreno, ha un costo complessivo di 227 milioni di euro e sarà manovrata da 69 persone, infine, la costruzione della prima di una flotta di circa 8 centrali galleggianti è stata iniziata nel febbraio del 2009 ed avrà fine nel 2012 con l’istallazione dei due mini reattori. Questa primogenita russa ha innanzi tutto lo scopo di fornire energia, tramite collegamenti coi centri di stoccaggio posizionati nelle vicinanze dei porti di attracco, a cittadine ubicate nei territori più lontani, freddi e remoti della Russia, come ad esempio Viluchinsk nella penisola della Kamchatka (base dei sommergibili russi). Altro obiettivo delle nuove navi è quello di portare energia nelle zone del mar Glaciale Artico in cui il governo russo e la Gazprom vogliono installare avveniristiche piattaforme di estrazione del petrolio; si dice che in quei luoghi i fondali artici nascondano grossi giacimenti. L’idea sembra essere ottima e credo raccoglierà i giusti frutti, ma non è del tutto nuova se pensiamo che da decenni le navi militari e i rompighiaccio di tutto il mondo dispongono di propulsione nucleare, ovviamente con minori problematiche legate allo smaltimento delle scorie, e che si è pensato di usare tale tecnologia anche per le sonde spaziali con missioni di lunga durata. Vi interesserà poi sapere che la cantieristica navale russa non ha goduto di ottima salute negli ultimi anni; oltre ad aver registrato una diminuzione delle commesse, non riesce a battere per diversi motivi la concorrenza delle industrie coreane, cinesi, tedesche ed europee in generale. I cantieri sono obsoleti e non robotizzati e richiedono un immediato ammodernamento. In termini di completamento di progetto si superano i 30 mesi. I costi sono troppo elevati, se si pensa che il capitale investito si aggira tra i 30 e i 50 milioni di euro ad imbarcazione. Crediamo sia anche per queste ragioni che il ministero russo per l’energia nucleare e le compagnie lavoranti nel settore estrattivo abbiano dato una spinta importante alla costruzione di una flotta di centrali galleggianti. La ripresa di certi settori dell’industria di un paese ha sempre una importanza preponderante e strategica! Ad ogni modo, i russi non sono stati gli unici a muoversi in tale direzione, la società armatrice greca Enterprises  Shipping  and Trading e l’inglese BMT Nigel Gee hanno firmato un accordo con la Hyperior, produttrice di mini reattori nucleari di 1,5 m per 2,5 m da 25 MW, per la costruzione di svariati tipi di imbarcazioni. Anche in Cina la Cosco è in trattativa col governo per lo sviluppo di navi nucleari. Risulta evidente che il successivo passaggio alla realizzazione delle centrali sul mare la distanza è davvero minima specialmente per paesi come la Cina che hanno uno spasmodico bisogno di energia a basso costo. Gli scettici pongono seri dubbi sulla sicurezza di questa nuova frontiera dell’energia: gli attacchi terroristici, le perdite di radioattività, lo smaltimento delle scorie e le possibili ripercussioni sul freddo clima della calotta polare sono in cima alla catasta delle problematiche. Ma ve la immaginate una chiatta sul Po in stile antico battello a vapore che elargisce energia a tutta la Pianura Padana?

Paolo Licciardello

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