“Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.” Cosi recita l’articolo 21 della nostra Costituzione.
Non esiste dunque libertà di espressione senza libertà di pensiero e non esiste libertà di pensiero senza libertà di espressione: un connubio indissolubile.
LIBERTA’ riconosciute anche a livello internazionale, nella “Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo” del 1948 (Art. 19: Ogni individuo ha il diritto alla libertà di opinione e di espressione, incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere) e nella “Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali” ratificata dall’Italia con l. 4 agosto 1955, n. 848 (art.10:1. Ogni individuo ha diritto alla libertà di espressione. Tale diritto include la libertà di opinione e la libertà di ricevere o di comunicare informazioni o idee senza che vi possa essere ingerenza da parte delle autorità pubbliche e senza limiti di frontiera. 2. La libertà dei media e il loro pluralismo sono rispettati). La violazione del citato art. 10 della Convenzione europea legittima perfino il cittadino a proporre ricorso alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo per ottenere il ristoro dei danni subiti, anche morali, purché siano esauriti tutti i possibili rimedi giurisdizionali interni.
Ma al di là dell’affermazioni di principio tali libertà esistono davvero nel nostro paese e soprattutto qual è la domanda di informazione che proviene dai cittadini?
La percentuale di lettori, e più in particolare di quotidiani, in Italia è molto più bassa rispetto agli altri paesi europei. Lo dichiara l’Istat che rileva che nel 2010 il 55% della popolazione ha dichiarato di leggere il giornale almeno una volta alla settimana e tra questi i lettori assidui (che leggono il giornale almeno cinque giorni su sette) sono solo il 39,3%. L’analisi Istat mostra un andamento oscillante con quote di lettori comprese tra il 57 e il 60% fino al 2006 e una successiva progressiva diminuzione, con una contrazione complessiva della quota di lettori superiore ai 3 punti percentuali nell’arco dell’ultimo quadriennio.
La modesta diffusione dei quotidiani che caratterizza il nostro Paese nel confronto internazionale è documentata anche dal ridotto numero di copie di quotidiani distribuito rispetto alla popolazione di riferimento. In Italia già nel 2004, si calcolavano in media 137 copie di quotidiani distribuite ogni giorno per mille abitanti, un valore che collocava il nostro Paese nella parte bassa della graduatoria europea proposta dall’Unesco. Le cose comunque non sono molto migliorate. Secondo l’ultimo rilevamento diffuso da ADS, Accertamento Diffusione Stampa, dal mese di febbraio 2010 al mese di gennaio 2011, vede una lunga serie di segni negativi della diffusione media dei principali quotidiani italiani.
Rispetto al 2010, a gennaio 2011, testate di assoluto rilievo hanno registrato cali nelle vendite e in generale i quotidiani hanno perso in media tra il 4% e il 7%.
Secondo voi dunque queste percentuali sono il riflesso di un problema di mancanza di cultura verso la lettura, di disinteresse verso i “fatti” del nostro Paese o nascondono in realtà il disinteresse verso una lettura che non è mai chiara, che cela messaggi politici, che ci propina sempre le solite storie drammatiche enfatizzandole tanto da renderci ciechi ai quelli che sono veri problemi?
Domande che lasciano un perché, ma che fanno venire voglia di leggere un giornale alla ricerca di quell’articolo che ci cambi la giornata e che ci dimostri che qualcuno trova ancora il coraggio di esprimere il proprio pensiero al di là dei soliti stereotipi di informazione.
Angela Scalisi







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