Lo starnuto della terra: l’uragano


La stagione è giusto quella degli starnuti, grossi, pieni e ripetuti starnuti. È impressionante conoscere la velocità con la quale viaggia questo getto d’aria liberatorio che fuoriesce dalla nostra bocca: 320 km/h. Sono soprattutto questi due fattori ad accomunare lo starnuto e gli uragani; questi ultimi possono essere considerati appunto stagionali e i venti che soffiano al loro interno sfiorano o superano i 320 km/h, sprigionando una potenza paragonabile a quella di svariati ordigni nucleari. Pur evitando di citare una nomenclatura più vasta, è comunque bene ricordare che per tali fenomeni non sempre è usato il termine uragano. Non appena i cicloni tropicali superano i 33 m/s prendono il nome di: uragano nell’Atlantico settentrionale e nel Pacifico settentrionale sulla costa del continente americano, tifone nel Pacifico settentrionale in particolare sulle coste giapponesi ed in generale su quelle asiatiche, ciclone in tutte le altre aree specialmente nell’oceano Indiano. Inoltre, nell’Atlantico settentrionale la stagione degli uragani è quella compresa tra giugno e novembre, stessa cosa può dirsi per il Pacifico nord-settentrionale, mentre sulle coste asiatiche i tifoni imperversano in tutti i 12 mesi dell’anno con poche pause, e, infine, nell’oceano Indiano la stagione è poco più breve andando da aprile a dicembre.  La formazione  del ciclone avviene sempre in una latitudine di poco superiore all’equatore dove si ha un massiccio movimento di masse d’aria. La meccanica della formazione non è di semplice comprensione ma, in brevi termini, consiste nella risalita di titaniche quantità di vapore acqueo dalle calde acque presenti ai tropici ed alla successiva condensazione delle stesse una volta raggiunta la tropopausa. La vorticosa ridiscesa delle gocce d’acqua a velocità sconvolgenti, che determinano la pericolosità di queste anormali tempeste, è causata dalla forza di Coriolis. Questa forza rotazionale prodotta dalla rotazione del globo terrestre è più consistente tra i 10 e i 30 gradi di latitudine, per questo motivo la particolare forma dei cicloni tropicali non può essere osservata in altre parti del pianeta. L’aspetto simpatico di queste tempeste è il nome che gli si attribuisce al momento della formazione, l’iniziale di tali nomi  è scelta rigorosamente in ordine alfabetico col susseguirsi dei vari uragani. Ad ognuno di questi  viene anche affidata una categoria in base alla potenza sprigionata, il massimo è 5. Di recente abbiamo avuto una dimostrazione violenta di quanto questi uragani possano essere distruttivi; in Alabama ed in altri stati del sud degli USA, il mese scorso, più di 300 persone hanno perso la vita e pochi giorni fa, nel Missouri e precisamente nella cittadina di Joplin, vi sono state 116 vittime e più di 400 i feriti. Agghiaccianti sono pure le immagini dei territori devastati dai forti venti, paragonabili solo ad un teatro di guerra. Desolazione e disperazione circondano un tappeto continuo di macerie. I materiali utilizzati per la fabbricazione degli edifici negli USA hanno certamente contribuito alla catastrofe, ma difficilmente le abitazione e gli uffici di altre simili cittadine avrebbero sopportato una tale furia. Annotiamo ciò perché è giusto ricordare che questi stessi cicloni colpiscono, una volta formati, altri stati come: Guatemala, Honduras, Salvator, Haiti ecc, paesi con meno risorse e con case fatiscenti, dove, proprio per tali motivi, il numero delle vittime si innalza. Ogni anno la “Fema”, l’agenzia federale per la gestione delle emergenze, redige un rapporto, su basi statistiche, sul numero e l’intensità delle tempeste tropicali che si abbatteranno sulle coste statunitensi e del golfo del Messico, che è di vitale importanza per preparare la popolazione ad affrontare il fenomeno. L’aumento della forza distruttiva dei tifoni, per molti scienziati, è da collegare ovviamente ai molti cambiamenti climatici, alcuni dovuti all’opera dell’uomo, alcuni invece dovuti ai continui litigi tra El Niño o La Niña. Le due correnti di acqua calda e fredda che circumnavigano il globo con un ‘periodo’ di circa 8 anni, possono aumentare o diminuire la temperatura dei mari e quindi determinano cambiamenti climatici a livello planetario. Non sono ancora certe le modalità dello scambio termico ed il percorso seguito dalle varie correnti.; è pertanto assolutamente vitale che l’uomo si impegni costantemente sia nella ricerca – ed è questo il compito degli scienziati –,  sia salvaguardando il pianeta – e in tal senso tutti siamo chiamati a contribuire –.

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Paolo Licciardello

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