Nucleare: l’oblio del rapporto KIKK


 

Nell’ ultimo decennio in stati come Francia, Inghilterra, stati Uniti,  Canada e Germania sono state condotte molte ricerche sugli effetti collaterali nel territorio del funzionamento di centrali nucleari. Il problema fondamentale per noi cittadini d’Europa e del mondo è la non univocità dei risultati prodotti. Potremmo enumerarne una quarantina in tutto ma, a detta dei più esperti, solo dieci di questi vengono presi in considerazione dagli studiosi per il loro contributo alla ricerca, la durata dello studio, la mole di dati raccolti in questo periodo. Lo studio KIKK (Kinderkrebs in der Umgebung von KernKraftwerken – Tumori infantili in prossimità delle centrali nucleari) ed il rapporto che ne è scaturito, condotto in Germania e pubblicato alla fine del 2007, vanno ad incastonarsi naturalmente in questa realtà. L’ importanza di questo rapporto non risiede tanto nel valore scientifico quanto  in quello statistico; in relazione ai casi di leucemia nei bambini al di sotto dei 5 anni che vivono entro un raggio di 5 km da una centrale nucleare, sono stati presi in esame tutti i casi di tumori diagnosticati in tutte le 16 aree sedi delle centrali nucleari tedesche in funzione dal 1980 al 2003. In particolare i soggetti colpiti da forme di cancro di ogni genere sono stati sottoposti a svariati controlli medici e scientifici. Inizialmente questi risultati non sono stati presi in considerazione, alcuni credono siano stati perfino insabbiati dato l’evolversi della vicenda, ma la loro valenza si ripropone con forza oggi, dopo il dramma di Fukushima ed il ritorno dell’incubo Chernobil . I quesiti privi di risposta sono ancora parecchi e tra questi ne riproponiamo uno: che incidenza ha il rilascio di radioattività ed in quali quantità? La risposta non è affatto scontata come si può pensare; noi non possiamo e non vogliamo darla, ci limitiamo a riscontrare semplicemente che i comitati costituiti da esperti mondiali, nominati dai governi degli stessi paesi che sfruttano l’energia nucleare, si sono posizionati alcuni pro ed alcuni contro il nucleare ed, in totale democrazia, hanno concluso che esistono enormi incertezze sui livelli di radiazioni tollerabili. Al di la delle pressioni delle lobby, la verità è che non esiste una convergenza di idee del mondo scientifico ed il problema si ingigantisce se accettiamo il fatto che le radiazioni agiscono in maniera diversa a seconda dell’individuo che colpiscono. Specifichiamo meglio: I tessuti del nostro corpo reagiscono in modo diverso anche in relazione all’età: nei bambini le cellule si replicano molto più velocemente ed il midollo osseo, assorbendo elevate quantità di radiazioni nocive, duplica cellule già infette ad un ritmo maggiore. Ecco perché lo studio KIKK ha notevole importanza. Tuttavia  studi antagonisti come quello del comitato britannico sugli aspetti medici delle radiazioni (COMARE) e la stessa  Commissione per la Protezione Radiologica (SSK, Strahlenschutzkommission) tedesca sono corsi ai ripari pubblicando relazioni che in parte si contrappongono ad esso per non creare eccessivi allarmismi. Essi ribadiscono fondamentalmente che lo stato attuale delle conoscenze in nostro possesso non consente di concludere con certezza che le radiazioni ionizzate emesse dalle centrali nucleari in funzionamento rappresentino la causa dell’insorgere dei tumori, perché la metodologia usata per la determinazione dell’esposizione e la rilevazione dei fattori di incidenza è debole anche se ritenuta idonea al analizzare la correlazione che dovrebbe aversi con la distanza. Inoltre si ritiene che l’esposizione alle radiazioni naturali risulta essere più elevata rispetto a quella delle radiazioni prodotte dalle centrali, anche se non ben si capisce perché in ogni caso il numero delle leucemie aumenti in vicinanza dei siti in questione. Alcuni insistono sul dato sorprendente che nelle aree individuate come idonee alla costruzione di nuovi reattori nucleari si osservavano già più casi di leucemia infantile di quelli verificatisi in prossimità delle centrali già esistenti. Ricordiamo poi che il giallo dell’esatto limite di radiazioni ionizzate assorbibile dal soggetto umano, dall’acqua dal territorio e soprattutto dall’atmosfera si infittisce ancora se si pensa che, almeno una volta l’anno, le centrali vengono aperte per il ricambio di combustibile e, come in una pentola a pressione, si verifica un rilascio abnorme di gas che prima erano contenuti all’interno del reattore, ed un conseguente picco di irradiazioni tossiche per una durata approssimativa di due o tre giorni. Come si vede gli elementi in nostro possesso sono tanti ma sono spesso discordanti; ci preme dire che nel nostro paese non è mai stato fatto o presentato alcuno studio sull’impatto delle radiazioni nucleari sullo sviluppo dei tumori infantili e non. L’incognita probabilmente risiede nel fatto che non si può stimare l’incidenza del rilascio di radioattività senza avere la possibilità d’osservare un impianto nucleare in funzione. Siamo certi e fiduciosi che questa sarà una delle occupazioni principali degli eminenti scienziati di cui l’Italia dispone, la speranza è che non si cullino nella nostra ammirazione perché, come scrisse Honoré de Balzac “l’ammirazione è sempre una fatica per la specie umana”.

 

Paolo Licciardello

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