«Una donna brutta non ha a disposizione nessun punto di vista superiore da cui poter raccontare la propria storia»
Incipit de “La vita accanto”, Premio Calvino 2010, romanzo d’esordio di Mariapia Veladiano. Romanzo da leggere tutto d’un fiato, che racconta la storia della piccola Rebecca : nata brutta. Sua madre dopo il parto non l’ha mai presa in braccio e si è sigillata in se stessa e suo padre ha lasciato che ciò accadesse. A prendersi cura di lei, la bella e impetuosa zia Erminia, il cui affetto nasconde però qualcosa di tremendo e la tata Maddalena, saggia e piangente. Rebecca ha però un dono, mani perfette e un talento eccezionale per il pianoforte. Solo l’incontro con la “vecchia signora” De Lellis, celebre musicista da anni isolata in casa, offre a Rebecca la possibilità di svelare la storia di dolore che segna la sua famiglia.
Una storia toccante che apre prospettive diverse, che nasconde realtà mai dette.
«Una bambina brutta è grata a tutti per il bene che le vogliono, sta al suo posto, ringrazia per i regali che sono proprio quelli giusti per lei, è sempre felice di una proposta che le viene rivolta, non chiede attenzioni o coccole, si tiene in buona salute, almeno non dà preoccupazioni dal momento che non può dare soddisfazioni. Una bambina brutta vede, osserva, indaga, ascolta, percepisce, intuisce; in ogni inflessione di voce, espressione del viso, gesto sfuggito al controllo, in ogni silenzio breve o lungo, cerca un indizio che la riguardi, nel bene e nel male. Teme di ascoltare qualcosa che confermi quello che sa già, e cioè che la sua esistenza è una vera disgrazia. Spera di sentire una parola che la assolva, fosse pure di pietà. Una bambina brutta è figlia del caso, della fatalità, del destino, di uno scherzo della natura. Di certo non è figlia di Dio».
Nel libro in realtà Rebecca non descrive mai il proprio aspetto fisico, bensì il brutto e grottesco mondo circostante che la circonda. L’isolamento e il disprezzo per la piccola Rebecca nascondono, infatti, la ormai generalizzata ossessione per la bellezza esteriore .
La storia di Rebecca dà voce a un dolore e a una solitudine che tutte le donne conoscono, belle e brutte, e che nasce da un ideale di bellezza e di perfezione che non avrebbe bisogno di esistere. Eppure anche Rebecca si arrende al demonio dell’esteriorità, ma con una consapevolezza che lascia senza parole e con l’amaro in bocca: «Sono brutta. Però so che potrei vivere diversamente, se fossi più brillante, più capace di dimenticarmi e di dimenticare il mio aspetto, ma non ci riesco e vivo così, chiusa qui fino al tramonto». Abituata a «esistere sempre in punta di piedi, sul ciglio estremo del mondo», non fà altro che arrendersi alle ipocrisie del mondo che la circonda.
Vi consiglio, quindi di non impedire a Rebecca di entrare nel vostro cuore e di lasciarvi la consapevolezza che la vera bellezza è quella interiore. Buona lettura.
Angela Scalisi






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