La nostra isola è da sempre stata luogo di immenso fascino e terra di incanto, soprattutto per gli “stranieri”, circondata da un alone di mistero e da una fama senza eguali che la precede.
Già Omero ,per quanto dubbia possa esserne considerata l’esistenza nell’età moderna, nell’ VIII sec. a.C. aveva narrato nel suo poema le avventure di ritorno ad Itaca del suo eroe, che noi conosciamo bene, Ulisse, soffermandosi per un intero capitolo proprio in Sicilia. Ma non c’è da stupirsi! Numerosissimi sono i miti e le leggende (per la maggior parte greche) che raccontano le varie evoluzioni geofisiche nostrane,e per citarne qualcuno ricordiamo il mito più famoso di Siracusa,quello della ninfa Aretusa che per fuggire dall’amore folle del giovane Alfeo si fece trasformare in una fonte,la nota “Fonte Aretusa” dell’isola di Ortigia ; quello dell’Etna, considerata il luogo in cui Zeus faceva preparare i suoi fulmini da Vulcano o anche una dea che faceva da ‘arbitro’ nelle dispute tra Efesto e Demetra; oppure ancora quello del “Ratto di Persefone” secondo cui la dea della vegetazione e dell’agricoltura fu rapita da Ade,dio degli inferi, il quale soltanto dopo un compromesso con Zeus decise di far stare la fanciulla con la madre per otto mesi all’anno(da cui si ebbero origine i mesi in cui la terra fiorisce e dona all’uomo tutti i suoi frutti) e per i restanti quattro mesi (quelli invernali in cui la terra è spoglia e non da frutti,causato dalla tristezza della fanciulla) sarebbe stata con lui nel regno dei morti. Altrettanto numerosi sono quelli incentrati sull’ambiente marino che spesso esprimono la paura dell’imprevedibile o rappresentano situazioni di pericolo,reale o presunto, per il navigante. L’attraversamento di uno Stretto assumeva il valore simbolico di superamento dei confini tra il familiare e l’ignoto, quelle aree pericolose erano solitamente identificate con mostri posti a guardia del passaggio che insidiavano chi avesse voluto superarlo; è questo il caso del mito di “Cariddi” ,una creatura mostruosa viveva situata sullo scoglio nello Stretto di Messina,figlia di Poseidone, che inghiottiva masse d’acqua con tutto ciò che in essa vi si trovava, e così anche le navi che si avventuravano nei paraggi. Anche la “Fata Morgana” abitava lo Stretto. La leggenda la vuole maga potentissima, abile a stupire i siciliani facendo apparire immagini illusorie sul mare, in realtà in questo non vi è nulla di magico poiché consiste in un fenomeno visivo che si verifica in particolari condizioni atmosferiche,un’illusione ottica dovuta ad un’inversione di temperatura negli strati bassi dell’atmosfera.
Dopo questo breve panorama, soffermiamoci sulla città di Catania. E’ proprio il mito greco di Aci e Galatea a dare il nome ai nostri paesi ed a spiegare la ricchezza di sorgenti di acqua dolce nella zona: Aci era un pastorello che viveva, pascolando il suo gregge, lungo i pendii dell’Etna; di lui era innamorata la bella Galatea ,la quale aveva respinto le proposte amorose di Poliremo. Questi , accortosi delle preferenze date da Galatea al pastorello Aci, uccide il suo rivale schiacciandolo sotto un macigno nella speranza di conquistare la bella fanciulla. Ma l’amore di Galatea per il suo amato continua sin dopo la morte e gli Dei ,impietositi dal suo strazio, trasformarono il corpo ed il sangue del pastorello in un fiume che trova pace nel mare dove l’attende l’abbraccio affettuoso dell’innamorata: sono le sorgenti di acqua dolce che scivolano giù lungo i pendii dell’Etna,mormorando suoni melanconici di struggente nostalgia come è descritto ne “Le Metamorfosi” di Ovidio. Nella località di Capo Mulini esiste una piccola sorgiva ferruginosa chiamata dalla gente locale “il sangue di Aci” per il suo colore rossastro e inoltre esistette un modesto villaggio chiamato “Aci” (in memoria del pastorello del mito greco) che nell’XI sec d.C. fu distrutto da un terremoto. I sopravvissuti fondarono altri centri nei dintorni e in memoria del loro luogo d’origine, vollero chiamare i nuovi centri con il nome di Aci al quale fu aggiunto in seguito un appellativo per distinguere un villaggio dall’altro: Aci Castello, Aci Trezza, Aci Bonaccorsi, Aci Catena, Aci s. Antonio, Aci Platani, Aci Sanfilippo.
Il litorale dei tre faraglioni ha ispirato non poche storie. Il mito di Polifemo e di Ulisse (come citato sopra) è il più comunemente noto, ambientato nell’arcaica Acitrezza , ed oltre ad essere un “mito” è diventato storia e letteratura grazie ad Omero. La vicenda narrata tra i versi dell’Odissea racconta le avventure di Ulisse ed i suoi compagni, che dopo la caduta di Troia, sono approdati per volere di un dio in una piccola isoletta di fronte la “terra dei selvaggi Ciclopi”, esseri giganteschi e feroci, semi umani con un occhio solo al centro della fronte. All’alba del secondo giorno, dopo aver passato il primo riponsando,cacciando e banchettando, l’eroe raduna i suoi compagni e annuncia l’intenzione di partire con una nave in esplorazione della terra antistante l’isoletta. All’approdo Ulisse scorge una grotta isolata che funge da stalla per capre e pecore e, scegliendo dodici compagni, vi si avvia con un otre di quel vino donatogli da Marone di Ismaro. Entrati nell’antro vedono formaggi, boccali pieni di latte, capretti ed agnelli chiusi in recinti, rubano quel che gli serve e , mentre i compagni vorrebbero tornare alla nave, Ulisse insiste per restare e vedere chi è l’abitante della grotta. Finalmente entra il Ciclope e chiudendo l’entrata con un enorme masso, dopo aver mangiato quattro dei compagni, li tiene prigionieri. Il giorno seguente il Ciclope esce con le sue greggi richiudendo la grotta con il masso. E’ in quel momento che Ulisse medita il piano di fuga: trovato un tronco d’ulivo lo rende aguzzo da un’estremità e lo nasconde. La sera Polifemo rientra e cena afferrando altri due uomini; a lui si avvicina l’eroe offrendogli il vino d’Ismaro e prima che’egli si accasci ubriaco, gli rivela il suo nome: Nessuno. Ulisse fa quindi arroventare la punta del legno e con alcuni compagni lo conficca nell’unico occhio del mostro addormentato, così si sveglia urlando e agli altri Ciclopi, che gli domandano la ragione delle sue grida, risponde che Nessuno lo sta uccidendo con l’inganno e non con la forza. A queste parole gli altri Ciclopi si allontanano deridendolo. Al sorgere dell’Aurora il Ciclope lascia uscire le pecore tastandole ad una ad una, ma Ulisse ha già legato i montoni a tre a tre sistemando ogni compagno sotto la pancia dell’animale di mezzo. Riusciti a fuggire, mentre la nave si allontana dalla terra, l’eroe grida parole di scherno a Polifemo che adirato stacca la cima di un monte e la scaglia in mare nel tentativo di colpirlo. Il mito identifica l’isola Lachea e i faraglioni di Acitrezza con i massi scagliati da Polifemo contro Ulisse, tanto che nelle antiche carte geografiche della Sicilia Acitrezza veniva indicata come “Porto di Ulisse”.
Eleonora Mirabile







Lascia un commento