Le guerre, si sa, lasciano dietro di sé un numero sconsiderato, e mai giustificabile, di morti e feriti. Eppure, tra le storie che giungono dalla Libia, ce n’è una di quelle che fanno tremare davvero i polsi.
Un inviato dell’emittente araba Al Jazeera, entrato con la sua troupe nell’ospedale di Abu Slim, quartiere di Tripoli, ha dovuto consegnare al mondo alcune tra le scene più agghiaccianti del conflitto libico.
Ammassati nel cortile, in terra, vicino all’immondizia, nei vari reparti e nell’obitorio dell’ospedale, sono stati rinvenuti almeno 200 corpi di pazienti deceduti in seguito alla mancanza delle dovute cure mediche.
Un forte odore di corpi in putrefazione e sangue in terra dappertutto; corpi senza nome di giovani e anziani, lealisti e ribelli, che giacciono gli uni accanto agli altri, prima divisi su due fronti opposti, ora riuniti nel comune destino di morti di guerra.
L’ospedale, situato ad Abu Slim, ultima roccaforte di Gheddafi a Tripoli, è stato tenuto in isolamento per sei giorni dai cecchini del rais che tentavano un’ultima disperata difesa della zona, tenendo a distanza dal quartiere le forze dei ribelli. Così facendo, i lealisti del colonnello hanno, di fatti, impedito l’accesso alla struttura ospedaliera del personale medico, lasciandone i pazienti privi di assistenza, abbandonandoli a se stessi e consegnandoli ad una fine lenta e dolorosa. Uno staff medico di sole sette persone, con due medici e uno studente di medicina, a fronte dei circa cento specialisti cui poteva fare affidamento prima l’ospedale, non ha potuto far fronte all’emergenza sanitaria che si è ritrovato ad affrontare, aggravata, inoltre, oltre che dall’assenza del personale medico, anche dalla mancanza dei farmaci.
La maggior parte delle vittime sono civili; pochi, pochissimi, solo 17 purtroppo, i sopravvissuti alla silenziosa mattanza, trasferiti venerdì dalla Croce Rossa in un’altra struttura sanitaria a Tripoli.
Dimenticare i morti è un’arte che le guerre insegnano a chi le combatte; cancellare 200 irripetibili esistenze, per un regime in fuga, ancora per poco, da una fine certa e prossima, deve essere stato considerato un prezzo accettabile, una scelta giustificabile se a dettarla sono le “leggi” di guerra. I cecchini erano consapevoli dell’orrore che avrebbero causato? Chi dava l’ordine di tenere chiunque a distanza dall’ospedale avrà pensato, anche solo per un istante, a chi vi era ricoverato, e alla condanna che emetteva? Quale logica deviata rende ammissibile uno scenario simile?
Sono queste le “solite” domande che accompagnano ogni conflitto. Domande ripetitive, sempre le stesse, uguali indipendentemente dal contesto storico, politico e geografico. Le risposte, invece, se ce ne sono, cambiano al mutare del conflitto, vestono i panni dell’uno o dell’altro fronte. In un gioco perverso e vizioso al quale gli uomini sembra proprio che non sappiano smettere di giocare.
Aurora Circià






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