Nuove ipotesi sulle circostanze che portarono alla morte l’uomo “più controverso della storia italiana”. Gli elementi storicamente certi della vicenda sono stati sempre pochi.
Nel tentativo di sfuggire alla disfatta definitiva della Repubblica Sociale Italiana, Mussolini si recò a Milano per trattare la resa con la mediazione del cardinale di Milano Ildefonso Schuster. Ma il CLN non accettò la proposta, confidando nell’appoggio dei tedeschi, i quali invece si erano già arresi. Quando Mussolini ebbe la notizia lasciò Milano e parti in direzione del lago di Como, verso la frontiera con la Svizzera. Il pomeriggio del 26 aprile riparti, scortato da alcuni gerarchi fascisti, dall’amante Claretta Petacci che l’aveva raggiunto nel frattempo e da un gruppo di SS che avevano ricevuto l’ordine da Hitler di scortare Mussolini verso la Germania. La mattina del 27 aprile Mussolini, ritornò verso il lungolago a Menaggio e si aggregò ad una colonna di tedeschi in ritirata verso il nord, i quali intendono probabilmente tentare di passare il confine verso i Grigioni (frontiera più disponibile e meno difesa dagli Svizzeri, poiché le truppe Svizzere erano state spostate a Chiasso) o puntare verso l’Alto Adige e da lì in Germania. Proseguirono fino a Musso. Lì vennero fermati dai partigiani, che iniziarono a trattare con i tedeschi riguardo al permesso di poter proseguire e giunsero al seguente accordo: i tedeschi poterono proseguire, mentre i fascisti furono subito arrestati. Mussolini, su consiglio del capo della sua scorta SS, il tenente Fritz Birzer, indossò un cappotto e un elmetto da sottufficiale della Wehrmacht e salì su uno dei camion dei soldati tedeschi, occultandosi in fondo al pianale, verso l’abitacolo di guida. Venne cosi portato via sotto scorta armata in una frazione di Mezzegra, dove nel frattempo venne portata anche Claretta, che aveva espresso il desiderio di poter condividere la prigionia con lui.
Da qui in poi si innestano diverse ricostruzioni su quel accadde che, non solo sono fra loro in qualche punto contrastanti, ma che nemmeno sono sempre state narrate allo stesso modo.
Nuove analisi sulla morte di Mussolini sono state condotte anche da Giovanni Pierucci del policlinico San Matteo di Pavia e dai suoi collaboratori (Gianluca Bello, Gabriella Carlesi e Francesco Gavazzeni). Pierucci era già stato chiamato a pronunciarsi sulla morte di Mussolini da Giorgio Pisanò il quale pubblicò, in appendice al volume su “Gli ultimi cinque secondi di Mussolini” (1996), la sua Consulenza medico-legale sul referto autoptico del corpo del Duce operato, la mattina del 30 aprile 1945, all’obitorio comunale di Milano dal professor Cattabeni.
Pierucci è tornato sull’argomento intervenendo sul testo del referto di Cattabeni. Il nuovo studio, reso possibile dai nuovi e sofisticati strumenti di analisi offerti dalle tecnologie informatiche, è rivelato in un dvd curato dal giornalista Fabio Andriola, esperto “dongologo” e direttore di Storia in Rete.
Pierucci rileva diverse anomalie nell’analisi di Cattabeni: intanto vennero del tutto trascurati gli indumenti indossati da Mussolini al momento della morte; il corpo del Duce venne presentato al tavolo anatomico già lavato (impedendo quindi altre analisi essenziali per una corretta autopsia); non furono individuati tutti i colpi, e neanche la corrispondenza tra fori d’entrata e fori d’uscita dei proiettili dal corpo. Undici furono i colpi inferti, anziché gli otto indicati da Cattabeni: tre sono raggruppati nell’emitorace destro ed esplosi con un’angolazione di 35°-40°, quattro nell’emitorace sinistro ed esplosi in perpendicolare; un colpo all’anca, due nella zona addominale e uno all’avambraccio destro. I colpi risultano esplosi da una distanza variabile tra i venti e i quaranta centimetri. Questa circostanza esclude una fucilazione rituale (in genere a qualche metro di distanza dal bersaglio), ma indica piuttosto un’esecuzione spiccia, come desumibile anche dal colpo sull’avambraccio destro, piegato a circa 90° a protezione del volto: gesto istintivo tipico di chi si trova a subire un improvviso atto offensivo.
In merito all’orario del decesso il referto autoptico di Cattabeni, che iniziò a operare alle 7.30 del 30 aprile, indicava una «rigidità cadaverica risolta alla mandibola. Persistente agli arti». Ma il giornalista Bruno Romani, presente quel giorno all’obitorio, scrisse su “Risorgimento liberale” del 5 maggio seguente che:«ad ogni movimento la sua testa (di Mussolini) dondolava pesante come quella di una bambola di segatura». Se si prende per vera questa testimonianza, la morte di Mussolini sarebbe dunque occorsa nella mattina del 28 aprile e non alle 16.10. Ciò cambia naturalmente lo scenario: non più il cancello di Villa Belmonte, dove sarebbe stata solo inscenata una finta fucilazione, ma la casa De Maria a Bonzanigo (poco a nord di Giulino di Mezzegra).
Lo stesso Pisanò aveva raccolto la testimonianza straordinaria di una vicina di casa dei De Maria, Dorina Mazzola, che sentì prima un grande trambusto e, nascosta, vide poi buona parte delle drammatiche scene occorse intorno alle 10.00 con l’uccisione di Mussolini e, alle 12.00, con quelle della Petacci.
Le risultanze dell’inchiesta, affievoliscono la “pista inglese” sulla morte di Mussolini, sostenuta plausibilmente fino ad oggi. Secondo questa ipotesi, la “prima” vera morte di Mussolini sarebbe stata dovuta alla necessità di sottrargli la documentazione scottante che aveva con sé, in particolare il carteggio segreto con Churchill. Anche i comunisti, comunque, premevano per l’eliminazione sommaria del Duce, mentre le forze moderate del Cln erano notoriamente inclini a una soluzione diversa, che prevedeva la consegna di Mussolini agli americani e la sua futura deposizione in un processo sul genere di Norimberga. Gli interessi dei comunisti, coi loro stretti alleati azionisti e socialisti, erano in questo senso convergenti con gli obiettivi dei britannici, per i quali il Duce vivo (con i documenti a portata di mano, come è il caso del famoso carteggio con Winston Churchill) avrebbe significato uno smacco intollerabile, a causa di quanto avrebbe potuto svelare sui segreti maneggi che portarono all’entrata in guerra dell’Italia, il 10 giugno 1940.
Che dire di più?
Un vero mistero è quello che non potrà mai essere svelato e non sono sicura di voler arrivare alla conclusione di questo giallo.
Angela Scalisi






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