Bruce Springsteen “the Boss” direbbe: “Come on up for the rising, come on up, lay your hands in mine, come on up for the rising, come on up for the rising tonight”, come un super eroe, suonando rabbiosamente la sua chitarra ed incitando i suoi connazionali a rialzarsi, dopo la commemorazione dei caduti, per ricostruire ciò che non esiste più, in maniera orgogliosa, ancora più “Americana” ed in particolar modo ancor più “newyorkese”! Siamo allo scoccare del decimo anniversario della strage delle “torri gemelle”, era stato stabilito che in questa data avvenisse l’inaugurazione del nuovo “World Trade Center”, del nuovo polo mondiale economico. I tempi per una tale impresa, si è visto, si sono rivelati troppi corti e, come già annunciato da qualche anno, la maggior parte delle scadenze sono slittate al 2014/2015. Tutto ciò non ha poi tanta importanza perché le storie che raccontano e l’entusiasmo che gli abitanti della “grande mela” mettono in quello che stanno progettando è superiore ad ogni altra cosa. Il dispendio di energie è elevato e le ragioni sono molteplici: il progetto ha molti aspetti pionieristici nell’uso dei materiali, nelle modalità di costruzione, nei tempi di consegna, nel coordinamento di una fase di progettazione che include quattro nuovi grattacieli, un museo, una megastazione della metropolitana e sopratutto un memorial.
Solo, si fa per dire, 80 dei 104 piani previsti della torre numero 1 sono stati ultimati. Quando nel 2013 si ergerà in tutto il suo splendore sarà l’edificio più alto degli Stati Uniti d’America perché avrà raggiunto l’altezza delle precedenti Twin Tower ma presenterà sulla sommità un’antenna da più di cento metri, la misurazione a quel punto raggiungerà i 1776 piedi: non un numero a caso, esso corrisponde all’anno in cui fu firmata la dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti. La fabbrica verticale si era imposta di consegnare un piano alla settimana ma la cadenza non era sopportabile per gli operai; il cemento colato per creare il nucleo centrale ed i solai, mai stato utilizzato prima nelle costruzioni, presenta dei coefficienti di resistenza a rottura elevatissimi. Questo ha rallentato gli addetti ai lavori che non riuscivano a tenere il ritmo dei carpentieri del ferro i quali, come dei funamboli, hanno posizionato migliaia di tonnellate di travi e corde d’acciaio al giorno. La superficie specchiata della torre mostra degli enormi triangoli isosceli che dal pian terreno giungono in cima ricordando gli smussi delle precedenti torri, creatori di un effetto, tanto caro ai newyorkesi, consistente in 4 scie che, soprattutto al tramonto, si proiettavano verso il cielo come le corsie di un’autostrada.
La stazione, o hub, in cui già ora confluiscono ben 11 linee della metro rendono, da sempre, il World Trade center il centro nevralgico anche del trasporto della megalopoli statunitense. Il completamento del tetto di tale stazione è stato il primo grande obiettivo raggiunto dalla società che si occupa della zona portuale, dai progettisti, dai responsabili e dagli operai, perché funge anche da basamento per il Memorial che verrà inaugurato l’11 settembre di quest’anno. Gli ettari destinati a parco commemorativo propongono ai visitatori 400 alberi provenienti dai boschi vicini al pentagono e dalle foreste nella zona di Shanksville, in Pennsylvania, dove si schiantò il volo United Airlines 93. In corrispondenza delle fondamenta delle vecchie torri sono state posizionate le due fontane a caduta più grandi al mondo e sui loro parapetti bronzei sono stati incisi i nomi delle 3000 vittime degli attentati dell’11 settembre 2001. I nomi non vengono presentati in ordine alfabetico ma raggruppati in insiemi di appartenenza, ad esempio famiglie o uffici in cui lavoravano. Il museo proporrà agli ospiti oggetti e resti di quell’infausto giorno a cominciare dalle uniche due colonne rimaste in piedi dopo il collasso delle torri, chiamate tridenti per la forma. Accanto all’ormai celebre architetto israeliano Michael Arad, vincitore della gara di realizzazione del National September 11 Memorial & Museum, troviamo il famosissimo architetto Santiago Calatrava cui è stato dato il compito di creare la copertura a volta di una parte del Trasportation Hub. Questa sarà la zona in cui passeranno tutti i passeggeri della metro e dei traghetti, che includerà, inoltre, mezzo milione di metri quadri di area commerciale e sarà sovrastato da un immenso reticolo ordinato di travi che ricorderanno un’aquila bianca nel puro stile dell’architetto iberico. Il completamento di quest’ultima opera architettonica arriverà, forse, per ultimo ma darà l’effetto voluto. L’impressione che il popolo americano da a tutte le nazioni del pianeta è quella di una costante mobilità, di una voglia di riscatto,di un impulso a costruire che non è secondo nemmeno a quello delle grandi potenze asiatiche. Basti pensare alla miriade di operai specializzati che lavorano in questo immenso cantiere e che hanno una loro storia da raccontare, che hanno perso un parente o un amico o un simbolo o semplicemente un ricordo. Quello che è oggi il direttore dei lavori, e che lavorava già in un ufficio della torre 2, è scampato alla tragedia di dieci anni fa per un casuale ritardo. Egli ricorda ancora con delle foto poste sulla sua scrivania tutti i suoi colleghi vittime dell’attacco e svolge instancabilmente il suo lavoro dalle 5 del mattino fino alle 5 del pomeriggio. A chi, come me, ha visitato quei luoghi prima di quel triste giorno non riesce facile descrivere come stia avvenendo la rinascita senza essere presenti, ma la sensazione che si prova è che l’aquila bianca stia per spiccare il volo.
Paolo Licciardello







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