Libia, Iraq, Paesi Baschi: tre conflitti, tre risoluzioni.


Le guerre finiscono. Sembra difficile da credere, ma è così. Si trattiene il fiato per mesi, anni, e poi giunge così, inaspettata e improvvisa, la fine. Tornare a respirare suona normale, ma a volte, semplicemente, non siamo preparati a ritornare a farlo. Ci vuole tempo per tornare alla normalità, per tornare ad abituarsi alla normalità, alla pace. Le cicatrici restano, ma si cerca di andare avanti. Per quanto appaia strano, è finalmente giunto il tempo di leccarsi le ferite.

Il presidente americano Barack Obama ha annunciato ieri la fine della guerra in Iraq. Sono bastati pochi minuti in conferenza stampa alla Casa Bianca per chiudere un capitolo della storia americana che si protraeva da nove anni, da quel marzo2003 incui 150mila soldati a stelle e strisce invasero il paese iracheno per combattere il regime di Saddam Hussein. Ad oggi sono ancora 39,500 i militari americani insidiati in Iraq, pronti a fare ritorno in patria giusto in tempo per celebrare le festività di fine anno in casa. « Oggi posso annunciare quello che era stato promesso: tutte le nostre truppe saranno a casa per Natale. Dopo nove anni la guerra in Iraq finirà, la marea della guerra si ritira. I soldati torneranno fieri del loro successo e sapendo che il popolo americano è unito nel sostenerli», queste le parole di Obama che inaugurano una nuova fase dei rapporti tra Stati Uniti e Iraq nella quale si instaurerà una partnership paritetica tra nazioni sovrane. Costata nove anni di sforzi bellici e 4.400 vite di militari americani, per non parlare delle migliaia di civili iracheni rimasti coinvolti negli scontri.

Sempre nella giornata di ieri è giunto l’annuncio della fine di un altro conflitto, magari meno eclatante e, per questo, passato in secondo piano. Dopo 52 anni l’ Eta, il gruppo separatista armato basco, ha proclamato la fine irrevocabile della lotta armata in cui sono morte oltre 850 persone. Nel comunicato che il gruppo ha diffuso tramite il quotidiano di lingua basca Gara si legge l’invito rivolto ai governi spagnolo e francese ad aprire un dialogo diretto per risolvere le conseguenze del lungo conflitto. «Una vittoria della democrazia, della legge e della ragione», così ha commentato il premier spagnolo Josè Luis Zapatero la decisione dell’organizzazione terroristica basca. E come dargli torto.

Infine, è atteso per domani l’annuncio da parte del consiglio nazionale di transizione libico (CNT) della piena liberazione della Libia. Sono serviti otto mesi per mettere fine al quarantennale regime di Gheddafi, conclusosi con la sua uccisione, già ammantata di leggenda. Adesso il CNT si prepara a riprendere il controllo dei troppi kalashnikov in circolazione e a  predisporre il passaggio di poteri. Il presidente Abdel Jalil ha assicurato che si terranno elezioni entro venti mesi e disposto la formazione di un’assemblea costituente per guidare il Paese fino al momento del voto. La Libia non è nelle condizioni di potersi permettere un vuoto di potere che verrebbe riempito dalle fazioni in mimetica, e la fine di Gheddafi potrebbe segnare solo l’inizio di un’altra guerriglia. Si teme anche per gli attentati che potrebbero essere messi in atto a Tripoli da parte dei fedelissimi del leader deposto per vendicarne la morte.

 

Aurora Circià

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