In una Feltrinelli calda e piena di giovani, universitari e lettori di tutte le età, appassionati ai suoi racconti ed al mondo che sembra plasmare all’interno di questi, lo scrittore emiliano si è intrattenuto a presentare se stesso ed i suoi scritti. Potrebbe sembrare scontata la sua frase di introduzione ma chi scrive, come anche chi legge, sa bene che i libri di ottima fattura si distinguono dagli altri soltanto se durano nel tempo, cioè solo se saranno ricordati e riletti anche a distanza di decenni. Benni, a tal proposito, si ritiene fortunato nel constatare che alcuni dei suoi libri più datati riscontrano ancora un buon successo nelle librerie e poco importa se ciò vuol dire che gli anni passano anche per lui. Si immagina ancora pieno di vita tra una ventina di anni, comunque nel pieno delle sue facoltà di scrittore moderno ed eclettico, curioso di scoprire se sarà capace di resistere all’ossidazione del tempo più di Bruno Vespa. “La traccia dell’angelo”, il libro venuto a raccontarci, è ritenuto da molti un libro insolito se paragonato alle altre sue opere, per certi versi triste e malinconico, forse perché, come spiega lo scrittore, “parla della sofferenza”, di una sincera sofferenza patita nel riuscire a fuggire “dall’ombra di un male oscuro”. Egli continua svelando : “ce l’ho fatta soprattutto grazie all’aiuto di meravigliosi amici”; gli amici di cui parla sono quegli angeli rappresentati nel libro e che lui definisce persone sulla terra che aiutano altre persone. Angelo è colui che annuncia ed al quale puoi chiedere aiuto, ma, da uomo ateo, sa benissimo che un angelo “non arriva sempre e spesso ci delude … perché altrimenti sarebbe un postino e non ci sarebbe più sofferenza”. Questo libro è diverso perché possiede poco del tragico e del comico riscontrabili in molti dei suoi libri più famosi, eppure, l’autore italiano più grottesco degli ultimi decenni lo affianca ad altri testi a lui cari : “Achille piè veloce” e “ Blues in 16”. La trama è taciuta a vantaggio di chi comprerà il libro, ma Benni ci tiene a precisare che un altro argomento portante della sua ultima fatica è lo strapotere che detengono le grandi case farmaceutiche “l’uso indiscriminato che loro fanno del loro potere contro la salute della gente, non per la salute della gente”, creando cioè un “ mercato della sofferenza”. Rispondendo ad una domanda dal pubblico, Stefano Benni ricorda che: “il contrario del comico è l’indifferente, una persona indifferente al mondo non ama gli altri, quindi non può neanche osservarli e vedere i loro difetti e, perfidamente o amorevolmente, prenderli in giro”, poi continua affermando: “ in ogni comico c’è una punta di tragicità perché la tragicità, o l’ironia, è un modo di tenere aperti gli occhi sul mondo e tenendo gli occhi sul mondo non possiamo vederlo in parte ma dobbiamo vederlo tutto intero”. Si inoltra, poi, lo scrittore nell’analisi della sua scrittura, affermando giustamente che quella italiana è una lingua “meravigliosamente bastarda” e proprio per questo è la lingua più bella del mondo: l’incrocio ed il simultaneo utilizzo di dialetti, lingue estere e lingue antiche ha creato una sinfonia di linguaggio, una varietà di note amate dallo scrittore, dei suoni quindi, da cui egli non vuole e non può prescindere. Apprezziamo la sua onestà nel concludere che certi libri, posti sugli scaffali di tutte le librerie, sembrano “tradotti dall’inglese”; viceversa si può cadere nel rischio di essere “sovrabbondanti” cimentandosi in acrobazie linguistiche. L’autore viene poi indotto a pronunciarsi sulla res politica e – tralasciamo alcune delle altre sue opinioni del tutto apprezzate dagli astanti – spinge i giovani a puntare sul futuro; egli, infatti, è convinto che ci vorranno una ventina d’anni per uscire dai guasti prodotti da questa classe politica, saranno le generazioni future, a partire da suo figlio, a vedere un’Italia migliore.” C’è, però da rifare una classe politica, la scuola italiana, rendere responsabili, di nuovo, medici e ospedali, c’è da trovare lavoro ad una marea di gente, c’è da trovare gli evasori fiscali e gli speculatori e fare in modo che non danneggino più l’economia, c’è da recuperare una nuova classe di industriali che non sposti le industrie in Bulgaria, c’è una università che è quasi al collasso. Non sarà un lavoro facile e non c’è a sinistra un gruppo di gente in grado di guidare l’Italia fuori da questa crisi economica, ci vuole un ricambio della classe dirigente e ci vogliono anni..” questo è il parere dello scrittore bolognese! “intorno il mondo gira, ma non sempre gira dritto, gira storto”, in questo avvertimento risiede il consiglio più prezioso, a nostro avviso, che egli vuole dare ai giovani. Uno di questi gli chiede di soffermarsi sulla forma dei suoi scritti ed egli risponde che in realtà a lui piace cambiare proprio perché , come accennavamo prima, il linguaggio può essere paragonato ad una orchestra. Gli capita di scrivere in maniera lineare, come nella sua ultima opera o come anche in “Margherita dolcevita”, mentre altre volte gli vien naturale di narrare una storia con una forma che possiamo definire “destrutturara”, cioè con una linea centrale accompagnata da parecchie deviazioni. Molto umilmente, poi, confessa che ama più scrivere racconti anziché romanzi, scrivere qualcosa dall’inizio alla fine, senza possibilità di smarrimento o necessità di spiegazioni o di pause. Sono state di certo due ore passate piacevolmente ad ascoltare un vero e proprio dibattito tra scrittore e lettore, abbiamo avuto la fortuna di scoprire i processi creativi dell’autore che ha reso il grottesco, misto alla realtà di tutti i giorni, godibile a tutti; si è parlato di come a volte egli si fa impressionare dalla realtà prima di scrivere un libro o di come è lui stesso ad impressionare la realtà con la sua immaginazione. Invitiamo tutti a leggere almeno uno dei suoi racconti editi dalla Feltrinelli ed ora anche dalla Sellerio, sceglietelo secondo qualsiasi vostro canone e poi ci direte se sarà stata un’esperienza di lettura differente. Un consiglio però è dovuto: non definite mai un suo libro carino o leggibile, si infurierebbe da morire.

Paolo Licciardello






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