Per chi vive a Ortigia è del tutto normale passeggiare per i vicoletti che la compongono e trovarsi immerso in un panorama ricco di caratteri culturali che la caratterizzano, un po’ come fa Alice nel paese delle meraviglie nel momento in cui entra nella cavità dell’ albero e si ritrova in un mondo fantastico. Si è abituati alla maestosità delle mura del Duomo, raggiungibile attraverso via Minerva e a vedere le impalcature che rivestono la parete del municipio, dalla parte opposta.
La non normalità, se così si può definire, consiste nel non vedere più quelle impalcature da un giorno all’ altro e capire che sotto l’edificio del municipio sono stati trovati i resti di un tempio ionico greco del secolo VI a. C.: l’Artemision.
La scoperta, avvenuta già nel 1912, anni in cui Paolo Orsi era soprintendente alle belle arti, determinò l’ inizio di un processo assai complesso che portò, quasi a distanza di un secolo, alla ripresa e alla giusta lettura del sito in termini di storia del luogo e di conformazione dell’ acropoli della città, un tempo ritenuta “la più bella delle città greche” (Cicerone).
L’ obiettivo è creare un antiquarium che conterrà principalmente i numerosi reperti greci rinvenuti con gli scavi archeologici già eseguiti presso l’area dei templi di Artemide e di Atena.
Il progetto funge principalmente da collegamento tra il “nuovo” e “l’ antico”, tra l’ area immensa di piazza Duomo ( la forma a mandorla ne da adito) e l’ area sepolta contenente parte delle testimonianza greca dell’ isola di Ortigia. Attraverso una serie di corpi-scatole che portano ad un percorso nei sotterranei è possibile ammirare ciò che si è conservato del tempio ionico, della cripta della chiesa di San Sebastianello (demolita negli anni 60), e infine di alcune abitazioni sicule della tarda età del bronzo.
Il padiglione è concepito come un “monolite” di calcare duro generato dal “magnetismo” delle vestigia sotterranee del tempio ionico e dall’adiacenza del tempio dorico l’ Athenaion. La colonna d’angolo di quest’ultimo dista dal padiglione soltanto 18,30 mt.
La struttura dell’edificio è costituita da un telaio rigido di travi e pilastri di calcestruzzo armato inglobati nella muratura. E’ stata definita come “struttura sospesa” perché non poggia direttamente sul sito archeologico ma sembra galleggiare su cuscinetti elastici, con la realizzazione di un giunto sismico perimetrale all’ edificio.
L’ interno è caratterizzato dal forte movimento plastico, infatti l’ androne d’ accesso è stato progettato come una cella aperta(naòs). L’ambiente sotterraneo è di grande suggestione. All’ interno è stata riprodotta una luce soffusa, in penonmbra, ispirandosi alle Latomie del Paradiso della Neapolis; la luce viene filtrata attraverso una lanterna che illumina gli scavi.
Solo al termine del percorso si scorge il giardino, la prima fase del progetto. Secondo un processo di vivificazione della memoria storica e dell’immaginario mitologico recupera le potenzialità di un’area fortemente stratificata. Tale stato ha suggerito di compiere un intimo intreccio fra l’artificio dell’intervento e la spontanea forza della natura.
Giuliana Ventura










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