FAMA’ E BORSELLINO: PER NON DIMENTICARE.


L’etimologia del termine mafia – intendendo mafia siciliana – è quanto mai vasta. Alcuni fanno derivare il termine dall’arabo “mahyas”, millanteria, da “maha”, cava (luogo di riunione dei primi mafiosi), da “màhfil”, adunanza, da “ma afir”, nome di una tribù che aveva dominato Palermo nel periodo saraceno. Altri dal toscano “maffia”, miseria, dal francese “mauffè” o dal piemontese “mafiun”, uomo malfatto, rustico, persona che non parla e non risponde. Altri ancora dal rione palermitano Borgo, nel senso di valentia, bellezza, orgoglio.

Secondo una tesi avanzata nel periodo fascista, vi sarebbe stato un certo Turiddu Mafia di Alcamo, che avrebbe originato il termine.

Al di là della ricostruzione etimologica del termine, ciò che dovrebbe colpirci e svegliarci “dall’indifferenza in cui viviamo”, è che la Mafia non solo esiste, ma distrugge vite, sogni, famiglie: vite, sogni, famiglie che potrebbero essere le nostre.

Non sarò breve, perché due grandi uomini hanno DIRITTO di essere ricordati.

Lo scenario è sempre lo stesso: quasi a distanza di un solo anno, la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Ateneo di Catania, ha dedicato due conferenze a DUE UOMINI COMUNI, che sono diventati indimenticabili: il 9.11.2010 per l’Avv. Serafino Famà e il 5.11.2011 a Paolo Borsellino.

In merito all’ultimo evento, la conferenza è stata organizzata dall’Associazione Culturale “Dal Cielo alla Terra – Catania” in collaborazione con l’Associazione “CittàInsieme”, in concomitanza con la presentazione del libro “Gli ultimi giorni di Paolo Borsellino.

L’evento ha visto come principali relatori Giorgio Bongiovanni e Lorenzo Baldo, autori dell’omonimo libro e rispettivamente direttore-fondatore e vice-direttore della rivista “AntimafiaDuemila”, una delle pochissime testate nazionali che fanno della ricerca della Verità sulle stragi di mafia del ’92 e del ’93 una vera e propria missione.

Gli ultimi giorni di Paolo Borsellino, è stato presentato «In un momento in cui – spiega Salvatore Borsellino, fratello del giudice ucciso nel 1992 – stanno cambiando anche il significato delle parole, chiamando eroismo l’omertà». Presenti all’incontro anche Graziella Proto dell’associazione Rita Atria, il giornalista Riccardo Orioles e Nunzio Famoso preside della facoltà di Lingue di Catania. A moderare, Salvatore Resca di CittàInsieme.

Il libro è il racconto intenso degli ultimi 57 giorni di vita del giudice palermitano, ma anche «una preziosa ed aggiornata guida per il lettore fra le più importanti informazioni ed acquisizioni sulla verità di quella stagione stragista» si legge nella prefazione di Antonio Ingroia. «Mille misteri raccontanti con linguaggi freschi e semplici – precisa Graziella Proto -. Un libro partigiano che invita ad andare avanti, scritto da persone che giocano a carte scoperte». «Un volume intessuto di fatti, sentimenti e momenti di vita professionale e familiare – esordisce Salvatore Resca -, che si inserisce in un momento particolare della storia della Sicilia».

Al centro del libro, anche, la decisione della Corte d’Appello di Catania – dopo le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza – di scarcerare sei degli otto ergastolani condannati per la strage di via d’Amelio. Ma anche i ritardi nella nomina del procuratore capo etneo Giovanni Salvi, che hanno destato qualche perplessità.

Durante la presentazione c’è spazio anche per i ricordi: Salvatore Borsellino rievoca in modo accorato la morte del fratello e le parole della madre che lo esortava a comunicare il suo sogno di libertà. «La gente non era indifferente – ricorda Borsellino -, vivevo in un’esaltazione tale che mi faceva pensare che Paolo fosse morto affinché nel nostro Paese si potesse sentire il profumo della libertà. Dopo il maxi processo le premesse erano buone, ma non era il profumo di libertà ad essere fresco, piuttosto il puzzo del compromesso che continuava di nuovo a levarsi sempre più forte».

La vita è un cerchio e le storie si ripetono: il 9 novembre 1995 moriva il noto penalista catanese, Avv. Serafino Famà, all’età di 57anni, assassinato per mano di due giovanissimi criminali a volto scoperto. In occasione del 15° anniversario dalla sua scomparsa fu tenuta, come già ricordato, una conferenza presso i Benedettini, mentre quest’anno in ricordo del 16° anniversario, si è tenuto un incontro di commemorazione presso la Villa Cerami, sede centrale della facoltà di Giurisprudenza.

Sono intervenuti il prof. Giovanni Grasso, docente della stessa facoltà, Bruno Di Marco, presidente del Tribunale di Catania, l’avv. Enrico Trantino, il dott. Ernesto Decristofaro, ricercatore universitario, Fabrizio Famà, uno dei due figli della vittima e l’avv. Goffredo d’Antona che ha moderato il dibattito.

Così il figlio Fabrizio ricorda i dolorosi momenti di quel 9 novembre di 16 anni fa: “E’ cominciata come una normalissima giornata autunnale e si è conclusa invece in un incubo. Io e mia sorella tornavamo dall’allenamento di pallavolo e, nella zona di casa nostra, dalla macchina, vedevamo la polizia e tanta confusione. Una volta a casa cenammo, dato che mio padre era solito raggiungerci anche a tarda ora dopo il lavoro. Fortunatamente non accendemmo la Tv quella sera, dato che la notizia era stata già trasmessa in diretta. Gli amici di famiglia cominciavano a chiamarci per sapere come stavamo. Fu allora, che decisi di andare a prendere mio padre con la macchina e vidi i miei amici che mi venivano incontro dicendomi che avevano sparato a mio padre. All’inizio pensai fosse stato un incidente, ma in ospedale, poche ore dopo, scoprii che si trattava di un attentato”.
Tra i valori trasmessi dal padre – al quale è stata intestata la Camera Penale- l’onestà e l’amore per la famiglia meritano un’attenzione particolare, precisa ancora Fabrizio, aggiungendo che la morte del padre può certamente spaventare chi vede la propria vita a rischio solo perché svolge bene il proprio dovere. “Quello che è successo a mio papà deve servire da esempio, perché significa che esiste ancora gente che ha il coraggio di lottare, ma per migliorare il futuro è necessario che ci si sporchi le mani in prima persona”.

Per un anno e mezzo le indagini su delitto non portano a nessuna soluzione, fino al 6 marzo 1997, data in cui Alfio Giuffrida, affiliato e reggente del clan mafioso Laudani, manifestò la sua intenzione di collaborare con la giustizia. Secondo i PM Ignazio Fonzo e Agata Santonocito, il mandante, dal carcere, è Giuseppe Di Giacomo (reggente del clan Laudani), gli esecutori materiali sono Salvatore Catti e Salvatore Torrisi, mentre lo stesso Giuffrida e Fulvio Amante osservano la scena da un’automobile. Il 16 marzo del 1998, il GUP del Tribunale di Catania dispone il rinvio a giudizio per loro e per altre quattro persone, accusate di omicidio volontario pluriaggravato, porto e detenzione illegali di arma da fuoco e ricettazione.

I mandanti, gli esecutori e gli autisti sono stati condannati all’ergastolo.

I giudici, nelle motivazioni della sentenza di colpevolezza a carico degli imputati, pronunciata il 4 novembre 1999, scrivono: «Le risultanze processuali pertanto, per come sopra evidenziato, hanno dimostrato che il movente dell’omicidio in esame va individuato esclusivamente nel corretto esercizio dell’attività professionale espletata dall’avvocato Famà».

Queste storie, cosi vicine, cosi simili, raccontano la vita di UOMINI che sono davvero morti per ONORE, onore dimostrato per i valori della giustizia, della libertà, della stessa vita. Tracce indelebili di due anime che rimangono vive nonostante gli anni.

Angela Scalisi

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