La Spagna, vittima della crisi, saluta Zapatero e vira a destra


Cambiare per sopravvivere. È l’imperativo che l’attuale periodo di crisi sta imponendo in ogni dove. E se in Italia la situazione politica ha visto il tramontare dell’era Berlusconi dopo 17 anni di dominio, con il susseguente avvento del governo tecnico firmato Mario Monti, anche in Spagna si registra uno stravolgimento ai vertici dell’esecutivo. Anche se il comune denominatore che ha causato entrambe le cadute di governo è stata la crisi, la differenza tra i due casi, però, c’è e si vede. A decretare la fine dei 7 anni e mezzo di governo Zapatero è stato, infatti, il voto popolare.

Le elezioni del 21 Novembre hanno rappresentato per il Psoe (Partito Socialista Operaio Spagnolo) il peggior risultato in campo elettorale dalle prime elezioni democratiche dell’era post-Franco svoltesi nel 1977. Dopo due mandati di governo, infatti, i socialisti del nuovo candidato Alfredo Perez Rubalcaba hanno toccato il loro minimo storico con il 28,6% dei consensi ricevuti e soli 110 seggi. Il Psoe ha pagato la crisi finanziari che ha colpito la Spagna, in particolare nel settore delle costruzioni, lo stesso che lo scorso decennio era stato il grande protagonista del boom economico iberico. La disoccupazione, infatti, è attestata oggi intorno al 21,5% (il 44% tra i giovani),  il tasso più alto registrato nei paesi industrializzati di tutto il mondo.

Per la Spagna e gli spagnoli si profila una cura economica pesantissima, il cui fautore dovrà essere il nuovo premier eletto, il leader del conservatore Partido Popular: Mariano Rajoy.

Protagonista di una vittoria assoluta, i cui numeri parlano da soli  (il 44,5% dei voti e ben 186 seggi su 350 nel Congresso dei deputati, il miglior risultato di sempre per il Pp), Rajoy si prende la sua personale rivincita nei confronti del Psoe che già nel 2004 gli aveva precluso l’ingresso alla Moncloa, la sede del governo: l’allora premier José Maria Aznar, infatti, lo scelse tra i suoi vice come successore (a detta di molti perché ritenuto il meno brillante e il più manovrabile tra i suoi delfini), e per tutta la campagna elettorale primeggiò nei sondaggi; peccato che, a tre giorni dal voto, gli attentati dell’11 Marzo a Madrid (costati la vita a 191 persone) compiuti da una cellula di Al Qaeda contro l’intervento dell’esercito spagnolo in Iraq al fianco di George W. Bush, stravolsero lo scenario politico, regalando la vittoria al giovane dirigente socialista José Luis Rodriguez Zapatero (Aznar volle miopaticamente attribuire l’attentato alla stazione madrilena di Atocha all’Eta, provocando la reazione sdegnosa degli elettori che punirono la menzogna dando ai socialisti la maggioranza dei consensi).

C’è da dire, però, che Rajoy non ha dovuto combattere molto per vincere: il suo programma elettorale è quanto di più vago un leader politico possa offrire agli elettori (ed è stato per questo ripetutamente deriso dalla stampa e dai comici che non si sono fatti sfuggire l’occasione di fare un po’ di sana satira). In sostanza, ha solo atteso con estrema tenacia che la crisi facesse fuori Zapatero, per offrirsi come valida e unica alternativa. Il tutto, pur di non perdere consensi, senza dare delucidazioni circa le riforme del mercato del lavoro, del sistema fiscale e del settore finanziario che intende fare, e che, in ogni caso, potrà gestire liberamente data la maggioranza assoluta conquistata in Parlamento. I socialisti avevano fin qui cercato di arginare i problemi tagliando i salari dei dipendenti pubblici del 5%, congelando le pensioni e aumentando l’età pensionabile. Provvedimenti che non hanno mancato di suscitare dure contestazioni di piazza.

Proprio gli “indignados” spagnoli del movimento Democracia Real Ya (Vera Democrazia Subito) sono tornati a farsi sentire inneggiando alla Puerta del Sol il grido “la chiamano democrazia ma non lo è”, e invitando gli elettori all’astensione dal voto o al sostegno per i partiti minori (come il centrista UPyD, il social-comunista IU e l’ambientalista ed esordiente Equo) al fine di colpire il bipartitismo tra Partido Popular e Psoe. Appello all’astensione in gran parte accolto data la percentuale registrata del 28%.

Il quadro che si prospetta all’indomani del voto vede, quindi, una drastica svolta a destra, l’addio al mondo della politica da parte di Zapatero, e un Paese che, se fino a pochi anni era quello che in Europa cresceva di più, oggi con i suoi 5 milioni di disoccupati e poca fiducia in se stesso e nel futuro, è la maschera spaventata della crisi internazionale.

Aurora Circià

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