Gli atleti indiani minacciano di non andare alle olimpiadi: colpa di uno sponsor legato alla strage di Bhopal


Uno striscione, dalle dimensioni titaniche, fascerà lo stadio olimpico di Londra durante il periodo delle gare che si terranno l’estate prossima nella capitale inglese. La notizia non fa nessuno scalpore, se non fosse che l’azienda statunitense che viene pubblicizzata, la Dow Chemical ( un tempo nominata Union Carbide) è fortemente legata ad una delle tragedie, causate dall’industria chimica, più gravi che si ricordino: la strage di Bhopal del 1984. La cittadina di Bhopal, situata nello stato centrale del Madhya Pradesh, è tristemente ricordata per l’ingente numero di morti che si ebbero al tempo dell’incidente; circa 3000 persero la vita sul colpo perché assorbirono per primi la nube tossica, mentre altri 25000 perirono negli anni avvenire. Le stime sono in continua evoluzione data la caduta delle piogge acide, l’aria e i gas venefici respirati dalla popolazione e le malattie che tutt’oggi mietono ancora vittime più che in qualsiasi altra parte dell’India. Tutta la zona dell’incidente è da bonificare a distanza di 27 anni ed i superstiti, come pure i familiari delle vittime, aspetto un adeguato risarcimento. Il governo di Delhi ha fatto sapere, con una lettere scritta dal responsabile dello stato centrale succitato, Shivraj Singh Chauhan, che “non è giusto che ad una azienda responsabile di una tragedia di tali dimensioni sia permesso di sponsorizzare i Giochi Olimpici, evento che è portatore di sani valori di onestà e correttezza”. Una petizione è stata già inviata al Comitato olimpico internazionale (Cio) da 21 ex campioni olimpici indiani, in cui si chiede che venga invalidato il contratto da 8,1 milioni di euro stipulato con l’azienda specializzata nella produzione di pesticidi. Il presidente del Cio, Lor Sebastian Coe, avrà una brutta gatta da pelare fino al giorno in cui ginnasti, boxeur, ciclisti, tennisti, pallavolisti, ed atleti provenienti da tutti gli angoli dell’India esprimeranno la loro opinione definitiva con un referendum sul boicottaggio che si terrà il 5 dicembre. L’incidente avvenne proprio in una notte di dicembre mentre durante un controllo di routine, a causa di alcuni malfunzionamenti, dell’acqua entrò a contatto con l’isocianato di metile i quali reagendo produssero una elevata quantità di calore ed un brusco aumento della pressione all’interno dei serbatoi. La torcia era stata spenta e tappata perché lo stabilimento, in quel periodo, non era più in funzione, quindi i gas non potevano più essere bruciati prima di entrare a contatto con l’atmosfera. I livelli di pressione arrivarono alle stelle, le valvole non resistettero e rompendosi diffusero le sostanze nell’aria circostanze. L’assenza di vento pensò poi a stratificare la nube tossica favorendone la ricaduta sulla bidonville poco distante di Spianata Nera. Il composto gassoso che arrivò sulla popolazione è nocivo perché a contatto con l’acqua reagisce generando acido isocianico. La pioggia serale decretò la condanna a morte di centinaia di migliaia di persone. Gli studi realizzati in seguito esposero al mondo le cifre delle vittime e degli intossicati più o meno gravi rispettivamente di 21000 e 500000 anime. Inoltre si rese noto che alcune procedure di sicurezza non vennero applicate, gli investigatori scoprirono che i deflettori per il contenimento dell’acqua non erano stati utilizzati e che i refrigeratori erano fuori uso assieme alle torri antincendio. Le morti, nei primi attimi della tragedia, furono causate da edema polmonare ma i disturbi e le malformazioni riscontrabili in tutta la gente del luogo, dalla cecità, agli eritemi cutanei, alle malattie del sistema nervoso ecc, descrivono ed inquadrano non del tutto la gravità dell’incidente. Basti pensare che proprio in quei luoghi il tasso di mortalità è 2,4 volte più elevato che nei territori confinanti. I processi penali e civili contro la Union Caribe sono diversi ed ancora in corso sia nei tribunali americani che in quelli indiani e coinvolgono anche l’UCIL, lavoratori ed ex lavoratori. Nel giugno del 2010 un tribunale di Bhopal ha emesso una sentenza di colpevolezza per omicidio colposo per grave negligenza nei confronti per alcuni tra i dirigenti indiani; la condanna al massimo della pena, cioè di appena due anni di carcere e 100000 rupie (2000 dollari) di multa ha rappresentato un ulteriore schiaffo alla dignità delle vittime  e della società civile tutta. Ovviamente i condannati hanno potuto ricorrere in appello. La storia di questa immane tragedia non si è ancora conclusa, e ricordiamo che i prodotti chimici rimanenti nello stabilimento abbandonato , non essendo stati ancora bonificati, si presume, stiano ancora inquinando la terra di Bhopal; avranno ragione o no, questi atleti, di protestare?

Paolo Licciardello

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