Si alza il sipario e di fronte al pubblico si pone un enorme punto interrogativo, grande come un pagliaio, una scena introduttiva che porrà vari dubbi allo spettatore, sviando la sua attenzione, a volte, sorprendendolo con vari colpi di scena in altre. Non ci azzarderemmo mai a riassumere il romanzo, o la sua trasposizione scenica, sarebbe cosa ingiusta ed odiosa. Le critiche le lasciamo poi ad autori ed esperti che più di tutti hanno dimestichezza con questo mondo. A noi importa riportare le sensazioni, anzi le emozioni, che solo un’opera teatrale strappa ad ogni elemento della platea, diverse e più intense di quelle percepite quando si è seduti in un comodo e costoso cinema. Il romanzo di Simonetta Agnello Hornby, avvocato italiano a Londra, costruito su riflessioni fatte durante l’attesa in aeroporto, è stato trasformato in testo teatrale lasciando che le parole dell’autrice, a detta del sapiente regista Walter Pagliaro, prevalessero, ovvero che “gli stessi attori recitassero con leggerezza i dialoghi, alternandoli a frammenti narrativi dell’originale”. Il procedere della recita è cadenzato da scontate citazioni musicali, in cui sono gli oggetti a parlare; lo scenografo Gianni Carluccio ed il musicista Marco Betta hanno fuso il loro lavoro in un amalgama di suoni, canti tradizionali, strade che si sviluppano verso l’alto, imprigionando nel disegno ambienti casalinghi in cui inserire qualsiasi tipo di scena, dall’azzuffatina al funerale, dal paesaggio di campagna ad una capatina alla posta di paese. Abbiamo appena citato la parola funerale, ci scusiamo, non è nulla di grave, bisogna sapere che la Mennulara, Maria Rosalia Inzerillo, maestosamente interpretata da Guia Jelo, quasi come se fosse un personaggio intrecciato sulle sue forme e sul suo modo di parlare, muore, muore subito ma rimane presente per tutto il racconto, a volte come un fantasma, altre come ricordo. Notevole è la maestria dell’autore del copione, Gaetano Savatteri, nel comporre un tessuto di scene che dai giorni seguenti alla morte della protagonista si sposta indietro di anni e poi di decenni, per ritornare con schietta facilità ad un presente fatto di personaggi tipici della sicilianità di un paese del 1900, dove ancora si avverte la presenza della vecchia cultura dei tempi dei principi, dove incombe il palazzo nobiliare del comune di Roccacolomba, che alcuni vedono come simbolo maestoso ed altri già associano ad un rudere. I componenti della famiglia Alfallipe, affettuosamente curati e salvaguardati dalla mennulara per tutta la sua vita, come fossero dei pargoli ancora in fasce, ma tenuti al guinzaglio dalla sua prorompente forza, una forza derivatagli da anni di sofferenze patite per i segreti che porta in grembo, dalla consapevolezza di essere più capace di loro negli affari familiari, si trasformano in iene inette ed in gabbia. Li avvolgeva una sorta di bramosia caratteristica di chi ha vissuto la propria esistenza come una marionetta, egoisticamente pensando di apparire e di esistere grazie alle sue capacità, ma lasciando che altri muovano le fila del suo destino.
Alcuni movimenti degli attori offrono alla vista degli osservatori dei “fermo immagine”, come se volessero trasmettere delle informazioni subliminari. Alcuni personaggi hanno il compito ricordare come è la vita in certe realtà: così fa, ad esempio, il fotografo che segue tre paesani e li fotografa in posa mentre proseguono il loro “cuttigghio” ed i loro pettegolezzi.
Ho quasi voglia di definire la rappresentazione come opera teatrale 3d, perché l’entrata in scena dei personaggi, che a volte arrivano dalla platea, è accompagnata da alcuni espedienti scenici interessanti, uno tra tutti i fari dell’auto che viaggia di notte nella campagna e che proiettano il loro fascio di luce in tutto il teatro fendendo una nebbia invadente. Ho detto 3d, ma le dimensioni che ho percepito in questa stupenda serata, sono state molteplici: non basta annoverare la quarta dimensione associata, come sempre, al tempo, altre si attorcigliavano tra loro creando una corda di eventi perfetta e mai confusa. Oppure lavorando una pregevole stoffa di seta, come quando Pippo Pattavina , che veste i panni di Orazio Alfallipe, il “non pater familia” perché come la moglie ed i figli è stato solo capace di sperperare il patrimonio prima che se ne occupasse la mennulara, svela una parte di verità nella scena in cui racconta d’un fiato, assieme a Maria Rosalia Inzerillo, la passione, non frivola questa volta, che lo ha travolto fino all’epilogo. La mennulara è donna forte, la schiena non gliel’ha spezzata né il lavoro sotto il sole né la vita da criata in casa Alfallipe; la scena in cui si accomoda in auto dietro l’autista, il simpaticissimo Mimmo Mignemi, in arte Don Paolino Annunziata, le conferisce quell’aspetto regale che, a suo stesso dire, le è sempre spettato. Non è certo stata colpa sua se il destino le aveva assegnato quella vita.
Fate attenzione alla mennulara! Ci riporta un po’ alle tragedie greche o a quelle shakespeariane, ma non c’è nulla di banale in questo. Fate attenzione, dunque, lei sa tutto, segue tutto ed ordina tutto!
La mennulara
Regia: Walter Pagliaro.
Scene: Giovanni Carluccio.
Costumi: Elena Mannini.
Musiche: Marco Beretta.
Movimenti scenici: Daniela Betta.
Luci: Franco Buzzanca.
Personaggi ed interpreti
Maria Rosalia Inzerillo, detta la mennulara: Guia Jelo.
Orazio Alfallipe: Pippo Pattavina.
Adriana Alfallipe: Ileana Rigano.
Don Paolino Annunziata: Mimmo Mignemi.
Pietro Fatta: Angelo Tosto.
Padre Arena: Fulvio D’Angelo.
Elvira, moglie di Gaspare Risico / contadina che canta / paesana: Raffaella Bella.
Impiegata delle poste / attacchino / contadina / paesana: Giorgia Boscarino.
Gianni Alfallipe / dottor Mendicò: Filippo Brazzaventre.
Carmela Alfallipe: Valeria Contadino.
La mennulara bambina / attacchino / paesana: Yvonne Guglielmino.
Gaspare Risico / don Vito / secondo bandito / contadino: Alessandro Idonea.
Don Vincenzo Ancona: Camillo Mascolino.
Massimo Leone: Emanuele Puglia.
Margherita Fatta / donna Enza / attacchino / paesana Raniera Ragonese.
Angelo Masculo / contadino / paesano / primo bandito: Sergio Seminara.
Paolo Licciardello







Lascia un commento