“The Protester” è il volto ignoto dell’“Uomo dell’anno” di “Time”


Il 2011 volge al termine, eppure, quest’anno per molti versi “effervescente” non finisce di riservare sorprese. L’ennesima arriva dalla copertina della celebre rivista americana “Time” che, come è solita fare dal 1927, incorona ogni Dicembre la persona dell’anno, il cosiddetto “Man of the Year”. La scelta per il 2011, per l’appunto sorprendente, è caduta un soggetto impersonale, o meglio, sull’”uno” che vale per molti: “The Protester”.

Nell’anno che si appresta a concludersi, difficile sotto molto aspetti,  “il manifestante” è tornato a essere il volto di  colui che fa la storia. Si credeva che il ruolo delle masse nella storia fosse ormai pressoché esaurito, soppiantato da un individualismo che si presenta come inevitabile risposta alla globalizzazione che rende la collettività indistinta. Ebbene sono bastati 365 giorni, ma anche molti di meno, a smentire una simile tesi.

Per passare alla storia ci hanno insegnato che di solito bisogna avere una personalità dirompente, un aspetto in qualche modo singolare, essere protagonisti di azioni memorabili e una sana dose di savoir faire che non guasta mai. Per entrare negli annali storici occorrerebbe, quindi, essere unici, irripetibili e in qualche modo singoli e singolari. Avere un volto, un nome, sesso, razza ed età, un’identità ben definita insomma, rende più facile un’individuazione e un ingresso nel variegato e  imprevedibile firmamento storico.

Eppure la storia, per definizione, è abituata a sovvertire le regole, a stravolgere i canoni e a ridefinirne di nuovi. Così può capitare che una serie di sconosciuti, singoli che unendosi puntano a diventare pluralità, per quanto nella forma e nell’immaginario comune rimangano comunque un’entità singola, “la massa”, rivoluzioni il mondo e riscriva le regole della politica globale.

Questo in sostanza quanto accaduto nel corso dell’intero 2011, l’anno che, più di qualunque altro periodo rivoluzionario precedente (come il 1968, o ancor prima il 1848), è stato teatro di proteste e avvenimenti più globali, più drastici, più democratici e più consequenziali. Sì, perché a differenza dei precedenti illustri, le rivolte di questo inizio di decennio hanno coinvolto un numero di manifestanti di gran lunga maggiore rispetto al passato: si parla di qualcosa come 3 milioni di persone coinvolte nelle proteste in tutto il globo.

I venti rivoluzionari hanno cominciato a sollevarsi ben presto, nei primi giorni di Gennaio, sulle coste di un Paese che si affaccia sul Mediterraneo, lì dove la miseria e l’ignoranza apparivano, nel pensiero comune, come un’ordinarietà secolare contro la quale nessuno si sarebbe mai scagliato. Dalla Tunisia il grido di protesta si è diffuso, qualcuno direbbe come un morbo, ma di malattia non può certo parlarsi dato che le proteste nate sulle coste mediterranee si propongono proprio di essere la cura di un male, almeno trentennale, che porta il nome di tirannia o dittatura, in tutto il mondo arabo, coinvolgendo Libia, Marocco, Egitto, e in sostanza, tutto il Nord Africa e Vicino Oriente. Continuando a imperversare nel mondo arabo, sotto il nome di “primavera araba”, le proteste, come una reazione a effetto domino, si sono spostate sulla riva opposta del Mediterraneo, dando luogo in Spagna al movimento degli “indignados”  e in Grecia alle sollevazioni di piazza contro le drastiche misure imposte dal governo contro la crisi economica che, una dopo l’altra, sta mettendo in ginocchio le economie di tutti i Paesi. Ma la sete di rivoluzione non si è placata, e in breve tempo la tempesta scoppiata nel Vecchio Mondo ha attraversato l’Oceano
Atlantico per imperversare anche nel cuore del capitalismo, nella culla delle belle speranze del mondo occidentale. Anche negli Stati Uniti la gente ha messo da parte il sorriso di plastica che dalla caduta del Muro di Berlino aveva indossato per oltre un ventennio, decidendosi a scendere per le strade invocando un’alternativa alla corruzione e alla disfunzione dell’attuale sistema politico ed economico in cui finte democrazie giocano a favore dei ricchi e dei potenti, facendo ben attenzione a impedire ogni genere di cambiamento significativo. È come se il manifestante che ha animato la primavera araba in Medio Oriente e l’indignado che ha occupato Puerta del Sol a Madrid si siano presi per mano e siano scesi in piazza insieme come unico movimento di protesta nel più grande palcoscenico mondiale che potessero calcare, in quell’America in cui le urla e le voci dei più disperati non possono più essere coperte con la violenza del silenzio e del disinteresse, e non possono più essere sottomesse alla politica da rivista patinata che esige una perfezione di maniera, nella realtà ormai dissoltasi.

Il movimento made in USA di Occupy Wall Street è un po’ il simbolo di tutte le proteste del 2011:

nato dal basso, senza una struttura centrale né un’agenda politica, questo movimento è essenzialmente un’idea che si è radicata nella mente di milioni di giovani che hanno preso coscienza del fatto che i conti con il futuro non tornano, non quadrano né dal punto di vista socio-economico, né da quello ambientale. In pratica la nostra generazione si è finalmente resa conto che, se non si mobilita, se non combatte per sé stessa, non avrà alcun futuro.

Le mosse successive di questi movimenti di protesta restano alquanto imprevedibili. Tipico dei movimenti rivoluzionari è, infatti, essere animati da una logica interna propria e che proprio per tale motivo risulta un po’ folle. Il rischio più grande incontro al quale vanno è che vengano inquinati da frange violente. La storia di queste sollevazioni insegna, infatti, che movimenti simili sono animati da una parte da una falange estremista violenta, che oggi porta il nome di “black bloc”, e dall’altra è ispirata e supportata da sostenitori della non violenza che si appellano all’esempio dei più grandi modelli che la storia contemporanea abbia mai visto: Gandhi e Martin Luther King. La stragrande maggioranza dei manifestanti si riconosce in questa seconda posizione che rivendica l’importanza di metodi pacifici, pur sapendo che, troppo spesso, le loro richieste vengono avvolte da una nuvola di gas lacrimogeno, o, peggio, vanno incontro a una pioggia di proiettili.

Sembra questo il prezzo da pagare per chi sostiene l’idea che le azioni individuali possano essere promotrici di cambiamenti collettivi, per chi chiede una terza via, che vada oltre il comunismo e l’ipercapitalismo, per chi invoca un nuovo contratto sociale che non si mescoli con un sistema politico corrotto, in cui il potere dei grandi gruppi capitalistici è penetrato a tutti i livelli in tutti i partiti, e dalla cui brama di potere è scaturita la crisi economica globale.

E per la prima volta, il vento caldo delle proteste che scuotono il mondo è giunto anche nelle fredde città dell’Europa Orientale: all’indomani delle elezioni che hanno visto la dubbia vittoria di Vladimir Putin, in Russia il contestatore si è sollevato contro lo “Zar” per protestare contro i brogli elettorali che hanno consegnato nuovamente nelle sue mani il potere e le sorti del popolo russo. Un popolo che, saturo di una tirannide fatta di violenze, segreti di stato, omicidi di personaggi scomodi, prevaricazione e volontà di potenza, ha finalmente trovato la forza e il coraggio di reagire scendendo in piazza, forse anche perché ispirato e incentivato dal comune grido di protesta che accomuna uomini e donne di tutto il mondo.

Il volto ignoto di chi sta cambiando e cambierà la storia, di quel “manifestante” eletto quasi a furor di popolo dal “Time”, è quello di un giovane istruito, abile col computer, e con internet, abituato a interagire secondo le logiche e le modalità che i social media stanno imponendo nei rapporti sociali. I social network, hanno, infatti, svolto un ruolo fondamentale nel propagarsi delle proteste, dando la possibilità ai manifestanti di incontrarsi e di condividere le proprie idee. Internet si è affrancato dalla nomina che lo indicava solo come ennesimo oppio dei popoli, dimostrando di essere un mezzo di fondamentale importanza per perseguire la libertà: mettendo in contatto tra loro individui da ogni angolo del globo, ha contribuito notevolmente a destare le coscienze, a comunicare in tempo reale e a esigere con forza che i diritti umani vengano universalmente rispettati.

Da piazza Tahrir, passando per Puerta del Sol e Zuccotti Park, fino alla Piazza Rossa, queste  sono state le ragioni della scelta del “Time”.

Si scrive al singolare, ma si legge al plurale: ecco a voi e per voi “The Person Of The Year”, “The Protester” la nuova icona della globalizzazione del malcontento.

Aurora Circià

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