Articolo 18: Riforma si, Riforma no?


L’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori dispone che il licenziamento è valido se avviene per giusta causa o giustificato motivo. In assenza di questi presupposti, il giudice dichiara l’illegittimità dell’atto e ordina la reintegrazione del ricorrente nel posto di lavoro. In alternativa, il dipendente può accettare un’indennità pari a 15 mensilità dell’ultimo stipendio, o un’indennità crescente con l’anzianità di servizio. Il lavoratore può presentare ricorso d’urgenza e ottenere la sospensione del provvedimento del datore fino alla conclusione del procedimento, della durata media di 3 anni. Nelle aziende che hanno fino a 15 dipendenti, se il giudice dichiara illegittimo il licenziamento, il datore può scegliere se riassumere il dipendente o pagargli un risarcimento. Può quindi rifiutare l’ordine di riassunzione conseguente alla nullità del licenziamento. La differenza fra riassunzione e reintegrazione è che, nel primo caso, il dipendente perde l’anzianità di servizio e i diritti acquisiti col precedente contratto (tutela obbligatoria).

E anche col nuovo governo ritorna lo scontro sull’articolo 18 che, a quanto pare, periodicamente si affaccia sulla scena pubblica italiana. Scontro tra governo e sindacati, ma anche tra sindacati e imprese.

“Nessun tabù” dice il presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia. “La riforma del mercato del lavoro è molto urgente, perché ci rende meno competitivi in Europa e nel mondo, visto che abbiamo troppa rigidità in uscita e anche troppa rigidità in entrata, con la conseguenza che per un’azienda ci pensa su 2 volte prima di assumere del nuovo personale, soprattutto se inesperto (giovani) o donne. Per questo motivo, intendiamo sederci al tavolo delle trattative con governo e sindacati perché qualcosa deve essere fatto, soprattutto in un momento come questo dove non ci devono essere più tabù di qualunque tipo”. Per il leader di Confindustria, la riforma dell’articolo 18 non è l’unica cosa da rivedere per far decollare l’Italia ma “non è nemmeno un totem intoccabile a causa di ideologie ormai superate”. La stessa non dimentica di sottolineare come nall’auspicata riforma: “Non c’é alcun attacco ai sindacati. Anzi, il clima di scontro non aiuta. C’é solo la necessità di modificare un mercato del lavoro che oggi palesemente non funziona, e in cui  abbiamo una forte rigidità in uscita che non ha eguali in Europa ed un eccesso di flessibilità in entrata che penalizza i giovani e le donne; e abbiamo degli ammortizzatori sociali che vanno rivisti in parte. Uno stato di fatto in cui – dice ancora – un’azienda fa fatica ad assumere o assume di meno”. Il punto è comunque, per il presidente di Confindustria, andare alla trattativa senza chiusure preconcette”.

 “E’ una norma di civiltà”, insiste all’opposto il leader della Cgil, Susanna Camusso. Per lei, appunto, ”una norma di civiltà che impedisce le discriminazioni ed esercita una forma di deterrenza per tutti. E che in  un paese democratico  non ci si può rinunciare”.

Dal canto suo  il ministro del Lavoro, Elsa Fornero, non nasconde di essere  ”rammaricata”  e soprattutto “dispiaciuta e sorpresa” per un linguaggio di “un passato del quale non possiamo certo andare orgogliosi”.
“La reazione” dei sindacati – afferma la Fornero –  non la capisco, e mi preoccupa anche molto non sul piano personale, ma per le sue implicazioni per il Paese”. Alle sue parole replica il segretario generale della Cisl, Raffaele Bonanni: “Mi dispiace invece chi sia lei a reagire  in questo modo. Ora  ad essere preoccupati siamo noi”. Bonanni sottolinea come tutto sia già discusso a livello mediatico prima di un concreto e fattivo confronto:  ”si apre una rottura prima di arrivare alla discussione”. E’ una “situazione incresciosa”, che avrebbe richiesto “più cautela” e la Fornero afferma ancora che:“Doveva essere molto più accorta”.

Posizione ancora più dura di Bersani: È «roba da matti toccare l’ articolo 18 quando il problema è entrare nel mondo del lavoro, non uscirne. È assurdo che si crei occupazione licenziando». «Il governo», aggiunge, «lo capirà, lo dovrà capire, altrimenti…». Lo stesso ripete il suo «stop» di persona al premier Monti, durante un incontro tenutosi, il 22 dicembre, a Palazzo Chigi. «Noi siamo leali, ma anche trasparenti».

Le polemiche accese e il “No” di Bersani, hanno portato Monti a dichiarare che l’articolo 18 è un tema ma «non è centrale» nella riforma del mercato del lavoro, nel tentativo di calmare gli animi accesi. Tutto ciò si è trasformato di lì a poco in «una frenata» pubblica del ministro del Welfare, Elsa Fornero, durante la registrazione della puntata di «Porta a Porta». «Non ho in mente ora nulla in particolare che riguardi l’ articolo 18», ha spiegato Fornero: «Vogliamo lasciar stare l’ articolo 18? Sono pronta a dire che neanche lo conosco. Prima emergenza è l’ occupazione. C’ è tanto da fare nel mercato del lavoro, l’ articolo 18 arriva per ultimo», assicura ancora il ministro precisando che comunque quando sarà il momento intende parlare della questione con tutti, «persino con Camusso» e che «il governo non farà la riforma del mercato del lavoro con il terrore». Che ci fossero fondati timori di interventi con l’ accetta è risultato chiaro anche dalle parole del presidente del Senato, Renato Schifani, che ne ha parlato nel corso dell’ incontro con la stampa parlamentare: «Sull’ articolo 18 mi auguro non si proceda con un decreto d’ urgenza per evitare scontri. Il Paese mai come oggi ha bisogno di coesione politica e sociale. Le parti sociali devono dare una mano al Paese, non ci deve essere un attentato al posto di lavoro».

Viste le premesse, la battaglia per la modifica di questo articolo sarà dura e sarà lo scoglio da superare che misurerà la capacità del governo Monti di sopravvivere o meno all’introduzione della flessibilità nel mercato del lavoro, senza compromettere i diritti principali dei lavoratori, imperniati sul divieto di licenziamento senza giusta causa.

Angela Scalisi

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