Anche i bambini sanno che la plastica non è facilmente smaltibile dall’ambiente e che impiega migliaia di anni per essere biodegradata! I grandi, da parte loro, ormai da decenni, sono pienamente consapevoli dell’inquinamento prodotto dalla plastica per alcuni semplici motivi: le nozioni, apprese a scuola, sin dalla più tenera età, dai loro figli hanno sortito il duplice effetto di inculcare almeno il germe dell’ecologia nelle menti di genitori e pargoli; le informazioni elargite dai media sono state continue ed efficaci, ma, forse, fino ad un certo punto. Proprio nell’anno appena trascorso grandi passi sono stati compiuti nell’eliminazione di quegli odiosi sacchetti di plastica che si utilizzavano, o meglio, si utilizzano, per trasportare qualsiasi cosa. Odiosi eppure amabili perché, probabilmente, tutti ne abbiamo sentito la mancanza, quando al supermercato, non trovandoli alla cassa, abbiamo dovuto spendere tanti centesimi in più per acquistare borse in carta o plastica biodegradabile, oppure i “sacchettoni” costituiti da un intreccio di cotone, carta di riso, tela e prolipropilene … quale oscenità!! Tuttavia l’italiano medio sa riconoscere i vantaggi offerti da certi cambiamenti: queste ultime sacche colorate, pieghevole, riutilizzabili, comode e capienti possono benissimo essere conservate in auto o addirittura nelle borse stile Mary Poppins delle nostre amate donne. Mentre la carta, se non riciclata, è da evitare perché le buste della spesa risultano poco resistenti e, soprattutto, privano le foreste di tutto il mondo di alberi preziosi. Ad ogni modo le soluzioni sono state da tempo trovate; in più, se scaviamo a fondo nel problema, scopriamo che già la legge 296 del 2006 (6 anni fa) fissava l’obbligo di utilizzare sacchetti biodegradabili, ma i decreti attuativi non sono mai stati approvati, come ha spiegato Luca Foltran, responsabile della divisione packaging dell’istituto per il controllo della qualità. Egli ha proseguito, affermando pure che, in assenza dei parametri e dell’indicazione sul periodo massimo di dissoluzione, la legge era svuotata di contenuto e, quindi, i singoli produttori mantenevano la libertà di scegliere la miscela chimica a loro più favorevole. Sarebbe bastato riallacciarsi ad una legge ancor più vecchia, risalente al 2002 (10 anni fa): la EN 13432 usata nei comuni in cui la raccolta dell’umido doveva essere effettuata in sacchetti biodegradabili. Stranamente, solo i supermercati, premiati, tra l’altro, dagli introiti delle vendite delle nuove borse, hanno attuato un cambiamento nella cara cultura della plastica dell’uomo moderno, proponendo ai clienti i sacchetti Bio al 100%, lavorati con amido di mais o di patata.
Il 2011, almeno per un motivo, ha portato l’Italia un gradino sopra tutti gli altri paesi dato che, come spiega il vicepresidente di Legambiente, Stefano Ciafani:” la messa al bando dei sacchetti di plastica, è un primato che ci ha fatto riconoscere come uno dei paesi più all’avanguardia, pioniere di un modello guardato con ammirazione in tutto il mondo”. L’esternazione di Ciafani è avvenuta in seguito alla cancellazione dal testo del decreto Milleproroghe dell’articolo riguardante la regolamentazione delle sostanze immesse nel ciclo di lavorazione dei sacchetti biodegradabili, infatti egli ha precisato che questo atto è gravemente dannoso per l’immagine del nostro paese. La sequela di giuste lamentele fatte da Legambiente crea ancora più sconcerto se ricordiamo che pochi giorni fa il ministro dell’ambiente Corrado Clini ed il ministro dello sviluppo economico Corrado Passera, con dei comunicati stampa, hanno ribadito l’approvazione, da parte del consiglio dei ministri, delle nuove disposizioni che consentono la commercializzazione solamente dei sacchetti conformi alla legge europea sulla biodegradabilità e di quelli riutilizzabili. Il problema era stato sollevato quando, sempre durante l’anno, ci si era accorti della effettiva non biodegradabilità di sacchetti contenenti l’additivo chimico ECM, venduti come borse non dannose per l’ambiente. Per intenderci, spesso, queste borse sono riconoscibili per i vari disegni che riconducono alla salvaguardia dell’ambiente e che, per tale motivo, confondono le idee; invece di biodegradarsi, il polietilene, con altre sostanze additive che alla luce del sole si frantumano, lascia sul terreno minuscole tracce di plastica, deleterie sia per l’ambiente che per gli animali. Inoltre, questi sacchetti, detti oxodegradabili, oltre ad essere più resistenti, costano meno a chi li vende per poi essere propinati allo stesso prezzo dei veri sacchetti biodegradabili. Ciafani ha rincarato la dose affermando che ”quella norma – quella scomparsa dal decreto – è fondamentale per fare chiarezza nel mercato della piccola e media distribuzione, che è già stato invaso da sacchetti di plastica con additivi chimici che non possiedono le corrette caratteristiche di biodegradabilità e soprattutto è utile a evitare scappatoie da parte di alcuni produttori che evidentemente si sono già attivati”, addirittura punta anche il dito contro le lobby definendo un “modo subdolo” quello con cui è stato cancellato l’articolo dopo l’annuncio del governo.
Il commento dei senatori del Pd, Ferrante e Della Seta, è stato duro: “non possiamo che augurarci che il governo rimedi in breve tempo a questo grave infortunio. Ministri di peso come Clini e Passera avevano annunciato il provvedimento, indicandolo come una misura moto importante per accelerare il percorso già in atto per orientare i consumatori verso prodotti sostenibili dall’ambiente, e dare impulso allo sviluppo della green economy, settore trainante della crescita. Evidentemente l’azione di lobby e una qualche complicità all’interno della stessa compagine governativa hanno giocato un tiro mancino alla tutela dell’ambiente, all’industria più innovativa e sostenibile”.
“Plastica seconda vita” è il nome del materiale plastico ricavato dalla raccolta differenziata col quale si producono buste resistenti e riutilizzabili in molte aziende italiane che per prime in Europa, da vere pioniere, hanno immesso nel mercato questi prodotti di nuova concezione. Come ben potete notare c’è ancora una parte di Italia che vuole rifiorire e seminare idee innovative, ma a cosa vale se al banco frutta troviamo ancora sacchetti e guanti in polietilene non biodegradabili?
Paolo Licciardello







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