Andy Warhol alla galleria Carta Bianca di Catania.


La galleria Carta Bianca di Francesco Rovella  (in via Francesco Riso-72 Ct) dal 3 dicembre ospita la mostra Andy Warhol con dodici opere molto significative dell’artista, uomo simbolo dell’arte contemporanea.

Arte contemporanea ed in particolare Pop Art. “Pop” inteso come popolare , ma non nel suo significato convenzionale , piuttosto in riferimento al mondo del largo consumo di massa. La forte tendenza all’uniformità, la sfrontata mercificazione dell’uomo moderno, la perdita e la frammentazione dell’identità individuale rappresentano il terreno fertile su cui vengono poste le basi dell’ideologia di Warhol e delle sue realizzazioni. In questo contesto culturale degli anni ’60, l’arte è pienamente integrata nella sfera della comunicazione dei mass media e del consumo ed è così costretta a riconoscere la perdita della propria autonomia creativa. Da questo deriva il suo utilizzo delle immagini riprodotte in serigrafie con lo scopo di distorcere, sdoppiare, frammentare , rendere omogenei i soggetti e gli oggetti tratti dalla vita quotidiana riportati sulla tela; un’omogeneizzazione formale legata strettamente alla ripetizione stereotipata dei comportamenti per cui l’arte sperimenta l’osmosi con il design , la pubblicità ed i mezzi di comunicazione: l’immagine si moltiplica.

Opera emblema dell’arte pop è sicuramente la “Minestra in scatola Campbell”, e Warhol chiarisce così le ragioni della sua scelta artistica : <<Perché io consumavo questa zuppa in scatola. Ho mangiato tutti i giorni la stessa cosa per vent’anni credo, sempre la stessa. Qualcuno mi ha detto che la mia vita mi ha dominato e quest’idea mi piace>>.

E’ quindi perfettamente inteso il senso del suo lavoro , del “io sono questa scatoletta” ,con il principio della vita che domina ed invade l’arte. Andy portava gli “scaffali di un supermercato” all’interno di un museo o di una mostra come una provocazione ed una critica non troppo velata. E non solo. Vi è in tutto ciò un estremo paradosso: se gli oggetti si personificano, subiscono un processo di acquisizione di un’identità -appunto tipico della società dei consumi- dovuto al bombardamento delle pubblicità per renderli immediatamente riconoscibili e stabilire una relazione emotiva con il consumatore , accade invece un processo inverso di perdita e frammentazione nell’individualità personale che nella serie di Marilyn Monroe è pienamente espresso , quasi in opposizione all’iconografia della zuppa Campbell.

“Non penso di rappresentare i principali sex symbol del nostro tempo in certi quadri come per esempio Marilyn Monroe o Liz Taylor, ai miei occhi la Monroe è una persona come tante; quanto al fatto se sia o meno simbolico dipingere la Monroe con colori così violenti: è la bellezza, e lei è bella, e se qualcosa è bello i colori sono belli, ecco tutto.”

La Monroe , icona del fascino femminile di una bellezza stereotipata proposta e “venduta” dalla grande industria hollywoodiana , è confezionata nei suoi tratti come in una perfetta operazione di marketing pubblicitario. Il ritratto della diva – realizzazione completata dopo il suo suicidio, in più versioni ,singola e multipla, a colori , in bianco e nero , con differenze prettamente cromatiche attraverso il metodo del riporto fotografico- è manifestazione dell’intento del massimo appiattimento dei tratti identificativi , senza nessun interesse verso la sua interiorità. La freddezza dell’opera , tipica del nucleo creativo di Warhol, viene messa in rilievo anche dalla scelta della prospettiva: spariscono sia il corpo che l’anima e persino il volto perde ogni forma di identità, diventando mera proiezione di uno stereotipo di massa, una “star” divenuta un “oggetto” di consumo di massa nella fissità di un immagine ripetuta all’infinito. Ecco da qui spiegato il perché della scelta dell’artista di non voler mai esprimere giudizi o sentimenti sul soggetto ritratto, assecondata in questo caso dall’impossibilità di un incontro reale, portato per cui a dover ricorrere a dei fotogrammi del celebre film “Niagara”.

Alla mostra , aperta al pubblico fino a domenica 15 gennaio 2012, sono esposte due versioni del ritratto di Marilyn (1967); l’opera “Diamond dust shoes” con colori acrilici e la sua affascinante polvere di diamante che fa da sfondo alle scarpe in primo piano; alcuni pezzi della serie “Ladies and Gentleman” edite a New York (1975)  raffiguranti suoi amici di colore travestiti da drag queen ; il ritratto di Joseph Beuys (1980) serigrafato e relegato solo ad una parte della tela (esattamente quella di un sacco di lavanderia) ; un pezzo unico ,opera dal titolo “ Studio 54 Complementary Drink Invitation” (1978). Infine è presente anche una copertina del disco dei Velvet Underground raffigurante le labbra di Nico e la Coca-Cola (1971) in perfetta linea di continuità con l’ideologia del maestro epocale dei capolavori di avanguardia elogiati in tutto il mondo:

<<Quel che c’è di veramente grande in questo paese è che l’America ha dato il via al costume per cui il consumatore più ricco compra essenzialmente le stesse cose del più povero. Mentre guardi alla televisione la pubblicità della Coca-Cola , sai che anche il presidente beve Coca-Cola, Liz Taylor beve Coca-Cola, a anche tu puoi berla. Una Coca è una Coca e nessuna somma di denaro ti può permettere una Coca-Cola migliore di quella che si beve il barbone all’angolo della strada. Tutte le Coche sono uguali e tutte le Coche sono buone>>.

 

Eleonora Mirabile

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