PIPPO FAVA. PER NON DIMENTICARE.


CATANIA. Dopo 28 anni dall’uccisione di Giuseppe Fava, il 5 gennaio continua ad essere per tutti i catanesi onesti un momento importante per ricordare un giornalista che ha lottato con coraggio contro la mafia. Gli appuntamenti in memoria di Fava, intitolati << Ricordiamo Pippo Fava lavorando >> hanno avuto inizio a partire dalle 17, con il consueto presidio alla lapide, in via Giuseppe Fava, davanti al Teatro Stabile, dove avvenne l’agguato. Alle 18.30 al Centro Zo ( Piazzale Asia 6 )  si prosegue con la proiezione del docu-film << Siciliano come noi >> di Vittorio Sindoni, tratto dal reportage televisivo realizzato dalla Rai alla fine degli anni settanta e mai andato in onda. Un documento che per la prima volta è stato proiettato a Catania. << Alla fine degli anni settanta, dopo la pubblicazione del libro I Siciliani – spiega Elena Fava – mio padre realizzò questa inchiesta in sei puntate dedicata alla condizione dell’isola. Ma tranne una puntata trasmessa dopo l’omicidio del generale Dalla Chiesa, il resto non è mai andato in onda. Il film di Sindona fu successivamente presentato fuori concorso al festival di Taormina dell’84 ma non è stato mai proposto al grande pubblico >>. Un’ occasione unica per rivedere la Sicilia di quegli anni con gli occhi di uno spirito libero che l’aveva capita troppo in fretta. Alle 21, infine, al circolo Città Insieme (Via Siena 1), incontro di presentazione del mensile << I Siciliani giovani >>, giornale nato proprio per proseguire idealmente il lavoro d’informazione di Fava e affiancato dalla mostra fotografica << Il Giornale del Sud/archivio del nostro Novecento >>, con le fotografie scattate da Giovanni Caruso e Aldo Ciulla, fotoreporter dello storico giornale  I Siciliani . Alla cerimonia per rendere omaggio a Pippo Fava era presente il nuovo procuratore Giovanni Salvi. Presenza che fa ben sperare. Il dott. Salvi è il primo procuratore capo della Repubblica che partecipa alla cerimonia organizzata da sempre davanti la lapide di via Fava. Il neo Procuratore, dopo i saluti ad Elena Fava, è andato via senza lasciare dichiarazioni. Assenti alla cerimonia, Comune, Provincia e Regione. L’unico politico presente, il consigliere provinciale dei “Comunisti-Idv” Valerio Marletta. Assente anche il figlio di Fava, Claudio, a quanto pare rimasto a Roma per presentare il nuovo mensile “I Siciliani giovani”. Accanto ad Elena Fava, che ha ricordato la figura umana, professionale di suo padre: << Io ho sempre detto che questa riunione sotto la lapide è un momento di riflessione a cui devono partecipare tutti. Non lo considero un eroe ma un giornalista che voleva fare seriamente il suo lavoro. La sua memoria, il suo ricordo e il suo pensiero continuano a vivere >>. Alcuni giornalisti storici che da sempre combattono a colpi di penna la mafia, tra questi Riccardo Orioles e Graziella Porto.

Come ogni anno, ignoti a Catania hanno asportato i fiori e la corona collocati giovedi 5 scorso  davanti al luogo in cui venne assassinato dalla mafia il giornalista. Lo ha reso noto la fondazione che prende il nome del giornalista e scrittore assassinato dopo che il 7 pomeriggio non sono stati più trovati due mazzi di fiori appoggiati al muro e un mazzo di lilium gialli, quest’ultimo appeso, come ogni anno, sopra la lapide, ad una considerevole altezza da terra. Segno tangibile che il giornalista, seppur scomparso quasi tre decenni fa, continua a dare fastidio nella memoria di chi non conserva valori quali la legalità, la trasparenza e l’onestà. La figlia Elena: << Ora basta. Questo succede ogni anno, ma ora ho deciso di dire la mia: vergognatevi. Ma quanto fastidio continua a dare quest’uomo a questa città?. Quello che è accaduto è una forma di disprezzo nei confronti di quello che noi facciamo e ribadiamo anno per anno. Rubare i fiori per strada è come rubarli ad una tomba >>

<< A che serve vivere se non c’è il coraggio di lottare? >> Giuseppe Fava.

Scrittore,giornalista e drammaturgo italiano, oltre che saggista e sceneggiatore, Giuseppe Fava detto Pippo nacque a Palazzolo Acreide, in provincia di Siracusa, il 15 settembre 1925. Nel 1943 si trasferì a Catania e si laureò in giurisprudenza all’Università. Nel 1952 diventò giornalista professionista. Iniziò cosi a collaborare a varie testate regionali e nazionali. Fu un personaggio carismatico, apprezzato dai propri collaboratori per la professionalità e per il modo di vivere semplice. E’ stato direttore responsabile del Giornale del Sud e fondatore de I Siciliani, secondo giornale antimafia in Sicilia. Il film Palermo or Wolfsburg, di cui ha curato la sceneggiatura, ha vinto l’Orso d’oro al Festival di Berlino nel 1980. Pippo Fava fece del Giornale del Sud un quotidiano coraggioso. L’11 ottobre 1981 pubblicò “Lo spirito di un giornale”, un articolo in cui chiariva le linee guida che faceva seguire alla sua redazione: basarsi sulla verità per << realizzare giustizia e difendere la libertà >>. Fu in quel periodo che si riuscì a denunciare le attività di Cosa nostra, attiva nel capoluogo etneo soprattutto nel traffico della droga. Per un anno il Giornale del Sud continuò senza soste il suo lavoro. Il tramonto della gestione Fava fu segnato da tre avvenimenti: la sua avversione all’installazione di una base missilistica a Comiso ( poi effettivamente realizzata ), la sua presa di posizione a favore dell’arresto del boss Alfio Ferlito e l’arrivo di una nuova cordata di imprenditori << ambiziosi, astuti e pragmatici >> al giornale. 

<< Qualche volta mi devi spiegare chi ce lo fa fare, perdìo. Tanto, lo sai come finisce una volta o l’altra: mezzo milione a un ragazzotto qualunque e quello ti aspetta sotto casa…>> ( Pippo Fava). Rimasto senza lavoro, Fava si rimbocca le maniche e fonda con i suoi collaboratori una nuova rivista mensile nel 1982, << I Siciliani >>. Diventò subito una delle esperienze decisive per il movimento antimafia. Le inchieste della rivista diventarono un caso politico e giornalistico: gli attacchi alla presenza delle basi missilistiche in Sicilia, la denuncia continua della presenza della mafia, le piccole storie di ordinaria delinquenza. Probabilmente l’articolo più importante è il primo firmato Pippo Fava, intitolato I quattro cavalieri dell’apocalisse mafiosa. Si tratta di un’inchiesta-denuncia sulle attività illecite di quattro imprenditori catanesi, Carmelo Costanzo, Gaetano Graci ( agrigentino di nascita ), Mario Rendo e Francesco Finocchiaro, e di altri personaggi come Michele Sindona. Dopo aver messo a nudo le attività illecite dei quattro maggiori imprenditori catanesi, Fava comincia a sentirsi sempre più isolato. Il 28 dicembre 1983 rilascia la sua ultima intervista a Enzo Biagi nella trasmissione Filmstory, trasmessa su Rai Uno, sette giorni prima del suo assassinio. Raccontava Fava: << Mi rendo conto che c’è un’enorme confusione sul problema della mafia. I mafiosi stanno in Parlamento, i mafiosi a volte sono ministri, i mafiosi sono banchieri,  i mafiosi sono quelli che in questo momento sono ai vertici della nazione. Non si può definire mafioso il piccolo delinquente che arriva e ti impone la taglia sulla tua piccola attività commerciale,  questa è roba da piccola criminalità, che credo abiti in tutte le città italiane, in tutte le città europee. Il fenomeno della mafia è molto più tragico ed importante…>>.

Pochi giorni prima dell’omicidio, durante una cena di famiglia, riceve dal suo precedente editore una cassa di champagne e un enorme quantitativo di ricotta. La simbologia mafiosa parla chiaro, l’intenzione degli uomini di Cosa Nostra è uccidere barbaramente il giornalista, per poi ritrovarsi a festeggiare per la sua morta.

Alle ore 22 del 5 gennaio 1984 Giuseppe Fava si trovava in via dello Stadio e stava andando a prendere la nipote che recitava in “Pensaci, Giacomino!” Al Teatro Verga. Aveva appena lasciato la redazione del suo giornale. Non ebbe il tempo di scendere dalla sua Renault 5 che fu freddato da  cinque proiettili calibro 7,65 alla nuca. Contro ogni evidenza, il delitto venne considerato passionale, prima, e legato a moventi economici dopo. Soltanto dopo molti anni si arriva a considerare l’uccisione di Pippo Fava come delitto di mafia. Per l’omicidio, con sentenza passata in giudicato, sono stati condannati come mandanti il capomafia Nitto Santapaola e il nipote del boss, Aldo Ercolano. Sono stati invece assolti Marcello D’Agata, Francesco Giammusso e Vincenzo Santapaola, presunti esecutori del delitto, che in primo grado erano stati invece ritenuti colpevoli. Poche persone diedero l’ultimo saluto al giornalista: furono soprattutto giovani ed operai quelli che accompagnarono la bara. Nessuna pubblica celebrazione e nessun funerale di stato. Il Questore, il Presidente della Regione Santi Nicita e alcuni membri del PCI  furono gli unici presenti tra le alte cariche pubbliche a rendere omaggio a questo giornalista e scrittore, abbandonato dalla Stato in una terra amara a combattere troppo solo contro il male. Del resto egli stesso, pochi giorni prima di morire, nell’ultima intervista rilasciata ad Enzo Biagi diceva, a proposito del << proverbiale >> silenzio degli uomini di cosa nostra: << La mafia ha acquistato una tale impunità da essere diventata tracotante…Io ho visto molti funerali di Stato. Io dico una cosa di cui io solo sono convinto, che può anche non essere vera, ma molto spesso gli assassini erano sul palco delle autorità >>. Pippo Fava sapeva e parlava: conosceva troppo bene << il problema della mafia >>, lo individuava ormai radicato nelle stanze del potere, lontano dai latifondi siciliani e dal vecchio stereotipo romantico dell'<< uomo d’onore >>, assai più vicino alle banche, ai << soldi insanguinati con cui si costruiscono le chiese >>, al mondo dell’ufficialità. Forse fu uno dei primi << profeti >> a comprenderlo, andando incontro al proprio destino. E’ stato il secondo intellettuale ad essere ucciso da Cosa nostra dopo Giuseppe Impastato ( 9 maggio 1978 ).

<< Io ho un concetto etico del giornalismo. Ritengo infatti che in una società democratica e libera quale dovrebbe essere quella italiana, il giornalismo rappresenti la forza essenziale della società. Un giornalismo fatto di verità impedisce molte corruzioni, frena la violenza della criminalità, accelera le opere pubbliche indispensabili, pretende il funzionamento dei servizi sociali, tiene continuamente allerta le forze dell’ordine, sollecita la costante attenzione della giustizia, impone ai politici il buon governo. Se un giornale non è capace di questo si fa carico di vite umane >>. Giuseppe Fava era uno strenuo sostenitore della verità. L’articolo “Lo spirito di un giornale” fu il suo manifesto programmatico, in cui sottolineò l’importanza di denunciare attraverso la stampa per sminuire il potere della criminalità e per << realizzare giustizia e difendere la libertà >>. Il giornalista si dedicò soprattutto alla denuncia della mafia, il male che attanagliava la sua terra, e delle sue collusioni con la politica. Fu anche accostato a Pier Paolo Pasolini per le sue critiche alla classe dirigente. Riccardo Orioles, uno dei suoi più stretti collaboratori: << Non era Fava a firmare le inchieste di mafia che comparivano sui Siciliani. Quelle inchieste le firmavamo io, Gambino, o altri colleghi, nessuno dei quali è stato ammazzato. Noi riuscivamo a illuminare un pezzo, a mostrare una porzione di verità che veniva subito riassorbita. Fava era di più. Lui sapeva descrivere come nessun altro al mondo, puntava la luce sulla normalità. Uno cosi non si poteva lasciare vivere. E la normalità è quella di cui oggi non ci si occupa >>. Riccardo Orioles, lo pone inoltre tra le massime espressioni della letteratura italiana in Sicilia. Lo definisce uno scrittore minore e dimenticato, ma anche uno che, a differenza dei grandi come Luigi Pirandello o Giovanni Verga, non ha abbandonato i suoi ideali giovanili per diventare un reazionario. Viene accomunato a Giuseppe Tomasi di Lampedusa come la massima espressione letteraria in Sicilia nel secondo dopoguerra.

<< Pochi giornalisti e scrittori come Pippo Fava hanno saputo svelare la realtà e l’anima della Sicilia, di una terra stuprata dal potere di Cosa Nostra, di una politica e di un’economia colluse, di una società narcotizzata dalla cultura mafiosa del compromesso e del clientelismo. Pippo Fava lo ha fatto con coraggio, attraverso le sue inchieste e i suoi libri, ben sapendo che tutto questo in Sicilia sarebbe potuto trasformarsi in una condanna a morte. Ma Fava amava la Sicilia e credeva nel suo lavoro, nel giornalismo che fa pensare, che apre gli occhi ai cittadini, che mette le istituzioni di fronte alle proprie responsabilità, che fa riconoscere i problemi per affrontarli, che contribuisce alla promozione della legalità e dello sviluppo. Per questo rappresentava una pericolosa insidia da eliminare >>. Lo dichiara il senatore del Pd Giuseppe Lumia, componente della Commissione antimafia e aggiunge: << il suo lavoro è un esempio di alto giornalismo e una testimonianza di valoroso impegno civile di cui ognuno di noi dovrebbe fare memoria attiva >>.

Anche l’eurodeputata e responsabile nazionale del Dipartimento Antimafia dell’IdV Sonia Alfano ricorda il giornalista catanese: << Sono passati 28 ani da quel terribile giorno in cui la mafia ha strappato alla nostra terra, ma non alla nostra memoria, uno straordinario esempio di intellettuale vero e libero quale era Pippo Fava, giornalista dalla schiena dritta. Un esempio che oggi, insieme a quello di altri giornalisti assassinati per aver reso un servizio alla collettività diffondendo verità, dovrebbe essere un irrinunciabile punto di riferimento per il mondo dell’informazione e dell’antimafia. E’ bene ricordare, ogni giorno, che Pippo Fava fu ucciso per le sue inchieste scomode, ed attualissime, sulle collusioni della politica e dell’alta finanza con il mondo di Cosa Nostra. La lezione di Pippo Fava è racchiusa ne suo “concetto etico del giornalismo”: un’idea nobile che a 28 anni dalla sua morte appare ancora rivoluzionaria e che è assolutamente meritevole di essere trasmessa a tutti coloro che vogliono fare informazione, a qualsiasi livello >>.

MA A COSA SERVE OGGI RICORDARE LA FIGURA DI PIPPO FAVA???

Nel giorno in cui si ricorda un uomo ammazzato dalla mafia che ha scelto di non subire passivamente gli eventi imposti dal sistema; la vita in Sicilia e in Italia scorre come sempre e come sempre, anche se ci dicono che si nota un certo cambiamento, la mafia, quella che non spara, quella cioè che è ormai sistema istituzionale, vive la sua quotidianità fatta di abusi, soprusi, prevaricazioni, oltre che brogli ed imbrogli. Il 5 gennaio ci si ricorda di Pippo Fava, e lo ricordano tutti, anche quella classe dirigente e politica collusa con la mafia e quella schiera di politici, faccendieri, industriali, commercianti e finanzieri, sotto inchiesta o sotto processo o ancora di più, condannati anche per fatti di mafia. Non possiamo negare che, tuttora, la mafia, seppur ridimensionata, continua a “controllare” il territorio, a soffocare l’economia, ad inquinare la vita politica. Ancora oggi, forse più di prima, il giornalista che vuole fare il suo lavoro estraneo dai giochi di potere, con onestà intellettuale e con dignità, si trova spesso isolato, ma non come ai tempi di Fava, oggi lo si isola semplicemente impedendogli di fare il proprio lavoro. Facendolo morire di fame… .La mafia ormai appare immortale. Per sconfiggerla, non bastano i ricordi di uomini e donne eliminati perchè scomodi al sistema, ci vuole una vera rivoluzione culturale, politica, economica e finanziaria, una rivoluzione di popolo. Scartata la seconda ipotesi , poco adatta agli italiani brava gente che mai nella loro storia millenaria ricordano di rivoluzioni di popolo, rimane quella culturale, politica, economica e finanziaria. Già, ma chi dovrebbe attuarla? Attendiamo ciò che sembra non arrivare mai, nel frattempo ricordiamo chi si è fatto uccidere pur di non farsi sottomettere…

Chiara Vittorio.

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