I Valori Emozionali di Steve McCurry


L’esposizione fotografica tenuta al MACRO, Museo d’Arte Contemporanea di Roma, sui colori dell’ eccellente fotografo e ritrattista Steve McCurry, reso famoso, a noi poveri mortali dallo scatto “Sharbat Gula, ragazza afgana al campo profughi”, i suoi occhi verdi hanno girato il mondo sono stati copertina di riviste e libri prestigiosi.

Classe ’50, nato a Philadelphia, premiato diverse volte dal World Press Photo Awards, per chi non lo conoscesse, questo premio equivale al Nobel della fotografia.

 Faro per moltissimi giovani che si affacciano alla fotografia, comincia la sua carriera lavorando per un giornale locale, successivamente decide di affrontare il primo viaggio, per creare il suo portfolio viaggiando per il mondo, dopo la pubblicazione dei suoi primi lavori, partì come fotoreporter di guerra a cogliere le conseguenze dei conflitti, sempre più in prima linea rischiando la vita.

La mostra racconta di oltre 200 scatti in lungo e in largo nel planisfero, dall’India, alla nostra amata Italia, dall’Afghanistan, alla Thailandia, da Cuba, alla Birmania, insomma McCurry ha girato e scattato l’Oriente e l’Occidente, l’esposizione raccoglie la maggior parte dei suoi lavori, compresi i più recenti dal 2009- 2011, esposti per la prima volta. L’allestimento è curato dall’architetto è designer Fabio Novembre.

 La disposizione delle opere è un giro dentro i mondi e i popoli di McCurry: all’ingresso ci accoglie il documentario del National Geografic, sugli scatti mai visti di McCurry e un’ indagine sulla ragazza afgana.

In questa occasione possiamo notare un omaggio anche all’ Italia, per il suo 150°, l’artista dedica alcuni scatti realizzati dal Veneto alla Sicilia, nell’anno appena trascorso appositamente per questa mostra.

L’allestimento è stato concepito come una passeggiata dentro un villaggio, con igloo che creano un percorso tra i volti e i luoghi, che rende suoi con maestria. Attraverso i colori, gli scatti sono quasi come delle porte che portano lo spettatore in quell’istante, rivivendo la scena, i colori alterati trascinano lo spettatore dentro odori sconosciuti… si sente l’odore delle lacrime dei bambini strappati alla loro infanzia, i volti segnati più dalla vita che dalle rughe riescono a colpire l’obiettivo. La macchina fotografica è un interlocutore che crea il dialogo con il soggetto che si trova davanti, scattando una foto non solo all’involucro ma all’anima, raccontando di se stessi con una facilità quasi impressionante.

Il fotografo si distingue per la sua ottima conoscenza della tecnica e la padronanza nella scelta dei soggetti, le sue opere sono dei veri e propri ritratti.

 Irene Luca

 

Le sue fotografie hanno un vissuto, sono un’esperienza conoscitiva che va oltre al soggetto fotografato. Ogni foto non è solo quell’istante colto, ma un’esperienza sensoriale tattile, nel momento in cui si trova quell’ individuo, riesce a ricreare perfettamente un mondo dentro ogni scatto. Ogni fotografia è un passaggio per mostrarsi a noi, è un momento spirituale che non si può ricreare, ma che lui riesce a cogliere, a vedere, a toccare. Lui fa rivivere tutto in pochi istanti, in un secondo, mostrando a noi il diverso, qualcosa che non siamo abituati a osservare ogni giorno, guardiamo come se avessimo delle lenti che non sono nostre. Per tutta la durata della mostra osserviamo non con i nostri occhi ma indossando le lenti di qualcun altro, “guardando” con l’anima, lasciandoci un’esperienza conoscitiva che fa parte di noi e non ci lascerà mai.

«Ho imparato a essere paziente. Se aspetti abbastanza, le persone dimenticano la macchina fotografica e la loro anima comincia a librarsi verso di te»

Steve McCurry..

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