Alzi la mano chi non ha sempre sognato e sperato di poter vivere un’esperienza all’estero per crescere, conoscere o semplicemente allontanarsi dalla solita vita in cui si sente come chiuso in gabbia. Per alcuni resta un sogno, per altri una felice conquista. Ma c’è anche chi a quella estrema scelta dell’abbandono della propria quotidianità è costretto. Uomini e donne che, spinti da necessità e schiacciati da una vita ormai invivibile, accettano il rischio di mettersi in gioco e sovvertire tutte le regole alle quali hanno sempre affidato la propria esistenza. Una scelta che altro non è se non una vera e propria fuga. Quella, ad esempio, a cui è stato costretto lo scrittore napoletano Roberto Saviano, che racconta il suo esodo dalle pagine della rivista “Vanity Fair”.
Dopo il successo ottenuto su RaiTre, in compagnia del conduttore Fabio Fazio, con la fortunata trasmissione “Vieni via con me”, il giornalista e autore di “Gomorra” ha visto ricadere su di sé l’attenzione dei media e della politica, con la conseguente pressione che come sempre ne deriva. Saviano si è ritrovato ad essere oggetto di commenti e critiche, di sorrisi e insulti di quanti, non potendo intervenire direttamente su ciò che raccontava , hanno pensato bene di delegittimarlo e di creare un clima avverso, nella ostinata convinzione che chi riesce a parlare a molti è corrotto dal mondo dei media. Nonostante si sia sempre dichiarato fiero delle accuse banali e ripetitive che gli vengono mosse contro, e convinto che i nemici fattisi in questi anni siano medaglie conquistate nella battaglia delle sue parole, queste nuove critiche, insieme al peso di 5 anni vissuti a metà, hanno spinto lo scrittore ad attraversare l’Atlantico e a tentare di cominciare una nuova vita nella patria della “ricerca della felicità”, l’America.
E così che, grazie ad un invito della New York University, Saviano si ritrova ad insegnare nella Grande Mela. Riceve anche l’offerta di una borsa di studio per l’insegnamento da parte di “Scholar at Risk”, una rete di istituzioni che si occupa di fornire sostegno agli intellettuali di tutto il mondo che nei loro paesi di origine non possono lavorare, o come nel suo caso, non possono farlo in serenità. E per 7 mesi, che ai più possono sembrare molti, ma, per chi come lui ha il tempo contato, sono molto pochi, lo scrittore si avventura in una New York che per la prima volta non vuole guardare, fosse anche solo per un attimo, con gli occhi di chi ne conosce i luoghi legati all’ambiente della malavita. Decide di tornare a respirare, e la città gli offre quell’ossigeno che credeva di aver perso. E gli restituisce anche un piacere inatteso: quello si smarrirsi e di venir colto da perdite d’equilibrio, da vertigini continue provocategli da quelle che agli occhi di persone libere sembrerebbero ovvietà, piccole, ingenue e innocui banalità. Quelle a cui da 5 anni ha disimparato a conoscere, perché una vita senza libertà ha come conseguenza primaria proprio quella di far perdere le certezze non sospette, di annichilire le abitudini.
Saviano non ha mai nascosto la sofferenza e il tormento di una vita che non ha nemmeno la possibilità di poter scegliere di improvvisare, di seguire l’istinto, di immaginare e di dar seguito all’immaginazione. Nelle sue parole ha dato testimonianza di cosa voglia dire essere costretto a vivere percorrendo i binari della clandestinità necessaria, del controllo ossessivo della scorta, della paura. Solo perché reo di aver parlato e fatto luce sui meccanismi che regolano un fenomeno che in Italia è forse più antico e potente che nel resto del mondo: la mafia. Raccontando quel mondo, denunciandone le dinamiche, Saviano sa di poter insegnare e dimostrare che la forza del nostro paese risiede proprio nella capacità di analizzare il fenomeno e di descriverlo. Perché questo è l’unico modo di rispondere a chi sa fare i conti solo con l’omertà imposta.
Eppure, a dispetto delle critiche, delle minacce e delle gabbie, oggi Roberto Saviano sorride. E lo fa perché in America ha riscoperto una parvenza di libertà, come lui stesso ammette: “A New York sorrido come un bambino, sono un animale che per tanto tempo dalla sua gabbia, attraverso le sbarre, ha visto il cielo, gli alberi e se n’è stato lì pensando che era inutile voler volare. Che in fondo volare non serviva a nulla. Che in fondo il volo non esisteva nemmeno. Ecco mi ero abituato a pensare che la libertà non esisteva e che quindi era inutile cercarla, agognarla, lavorare per ottenerla. Mai avrei pensato che un giorno qualcuno mi avrebbe aperto la gabbia”.
Aurora Circià








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