Ricorre quest’anno il centenario della nascita di Giorgio Caproni , nato il 7 Gennaio 1912. Nonostante i 22 anni dalla sua morte, la figura dell’autore non ha mai abbandonato il panorama letterario italiano reso sempre vivo grazie anche ai contributi cartacei e all’attività in sua memoria da parte del figlio , ormai settantenne , Attilio Mauro Caproni (professore ordinario di bibliografia all’Università degli Studi di Udine). Ad aprire l’Anno Caproniano , rinnovando il lascito di un patrimonio letterario totalmente legato al territorio tale da averlo reso celebre in tutto il mondo attraverso le sue liriche, ci pensa la sua città natale Livorno con la consegna durante la cerimonia – prevista per la fine del mese- di due violini appartenuti al poeta , concessi in comodato alla Fondazione Teatro Goldoni dove saranno esposti. Il Comune di Livorno dedica quindi un intero anno di iniziative culturali a Caproni, poeta della città per eccellenza, cantore dei suoi colori e della sua gente , tra cui la ricostruzione di un percorso poetico riferito ai luoghi della memoria (cioè tutti quei luoghi della città immortalati nei suoi versi) e anche dei laboratori cittadini (Caproni Festival) sul linguaggio poetico rivolti in particolar modo al mondo studentesco. Obiettivo del progetto è quindi quello di “ricollegare la storia e le tradizioni culturali di Livorno all’esperienza poetica di Caproni”.
Giorgio Caproni ha difatti cantato con molto affetto della Liguria di cui ha saputo esprimere la natura di una terra avara , arsa dal salmastro, terra simbolo del lavoro umano che ha saputo plasmarla , curarla e coltivarla. Dopo la città natia , ampio rilievo nella sua produzione ebbe la “città dell’anima” , Genova , ispirato probabilmente anche in seguito alla sua infatuazione per “Ossi di Seppia” di Eugenio Montale, che tra l’altro gli tributò cittadinanza onoraria:
[…]Genova che non mi lascia.
Mia fidanzata. Bagascia.
Genova ch’è tutto dire,
sospiro da non finire. […]
Uno dei temi ricorrenti riscontrato nella maggior parte delle raccolte di Caproni è quello della “vita”- di maniera sempre attuale- il cui senso il poeta non si stancherà mai di ricercare lungo tutto il suo percorso umano e letterario; tema affrontato tuttavia in modo totalmente diverso nell’arco di tempo che va dalla sua giovinezza all’età adulta e persino nello sfiorire della sua carriera, indifferentemente intenso ma con una visione pluriprospettica da osservatore esperto.
Nella poesia “Sono donne che sanno” , tratta dalla raccolta “Finzioni”, il tema prende come soggetto principale la “giovinezza”, caratterizzata da un gusto quasi essenzialmente fisico, da un senso di labilità e fuggevolezza delle cose: l’uomo ha la chiara consapevolezza della sua impotenza di fronte al mondo e della fugacità della vita , della quale però è necessario goderne tutti gli aspetti. Concetto tipicamente rinascimentale questo, già annunciato nell’edonismo quattrocentesco da Lorenzo De’ Medici (“Quant’è bella giovinezza\che si fugge tuttavia…”), non senza quel retrogusto di malinconia che li accomuna dovuto all’inquietudine che nasce dalla consapevolezza dello scorrere ineluttabile del tempo e che spinge nonostante ciò alla ricerca del piacere nel presente (tempo prediletto appunto per la giovinezza). In questo contesto la figura femminile assume così un ruolo dominante nella scena , seppur con una descrizione di pochi e selezionati connotati fisici (facendo prevalere nel sonetto il senso dell’olfatto “sono donne che sanno così bene di mare”) accompagnati da un’essenza di sottile sensualità tale da rendere ,per una volta, invisibile il luogo in cui sono collocate rendendo futile la descrizione del paesaggio. Con un velato richiamo al Carpe Diem , si tratta di versi leggeri ,nitidi e freschi, che sanno di mare, di sole , di vento e di tepore estivo , come un inno all’eterna giovinezza:
“…senti sulla tua pelle
fresco aprirsi di vele
e alle labbra d’arsell
deliziose querele […]”.
Ma Caproni è anche il poeta degli anni bui della guerra, la Seconda Guerra Mondiale, esperienza che lo influenza e lo segna a tal punto che nei suoi scritti sente l’esigenza di certificare quel presente fatto di lamenti e rovine invisibili , rappresentando lo strazio personale e la disperazione collettiva nel lutto del mondo come si vede nell’opera “Passaggio di Enea”, in cui vi è un chiaro riconoscimento nel destino ,appunto, di Enea. La frivolezza dell’età giovanile lascia spazio a tonalità notevolmente impegnative sostituendo lo sguardo edonistico della vita ad un pessimismo nella quotidianità del terrore e delle atrocità , come le fucilazioni. In questo iter si passa un decennio di esperienze traumatiche quali la guerra,la sconfitta, la clandestinità, la malattia e la morte della madre,la vecchiaia del padre che porteranno comunque al raggiungimento del momento centrale della sua attività poetica , quello che egli stesso chiama “la stagione del lutto” , disperazione quasi forsennata testimoniata anche dai titoli dei suoi versi. Anche se una delle liriche più efficaci, la quale concentra maggiormente le tematiche più care a Giorgio Caproni può essere considerata “Congedo del viaggiatore cerimonioso” ,tratta dall’omonima raccolta. Evidente è la metafora su cui si basa la poesia, metafora della vita come un viaggio -racchiudendo in se il concetto di morte e di fede- che si sviluppa in una sorta di monologo ,con una calibrata ironia, di un ipotetico e disincantato viaggiatore(nonché proiezione del proprio io) , pronto all’accettazione del proprio destino che si dispone a scendere dal treno portando dietro il peso della sua “valigia”:
“Amici, credo che sia
meglio per me cominciare
a tirar giù la valigia.
Anche se non so bene l’ora
d’arrivo, e neppure
conosca quali stazioni
precedano la mia,
sicuri segni mi dicono,
da quanto m’è giunto all’orecchio
di questi luoghi, ch’io
vi dovrò presto lasciare.[…]”
Eleonora Mirabile







Lascia un commento