Quando Vitaliano Brancati scrisse La governante la censura non ne approvò il contenuto, o meglio ancora, forse non lo prese nemmeno in considerazione! Leggiamo in una lettera scritta dalla moglie, Anna Proclemer, “in fondo – la governante – era una satira della gigionesca cialtroneria di certi attori e di certo teatro”; d’altronde per lei era stata scritta la parte della protagonista e a lei dobbiamo la migliore delle recensioni. Aggiungo che già in questa opera Brancati riversava parte della sua amarezza, esibita con completezza poi nel Ritorno alla censura, e dell’astio contro la mentalità di certi governanti dell’Italia di allora.
La tragedia è, non a caso, ambientata a Roma, a metà strada tra Catania in Sicilia e Parigi, città da cui proviene la governante Caterina, interpretata dalla poliedrica attrice Giovanna Di Rauso. In realtà, nella attenta rappresentazione portata in scena dal regista Maurizio Scaparro, i personaggi hanno tutti un ruolo importante e si prescinde quindi dalla presenza di un protagonista centrale. Roma col suo cupolone, che ricopre dal’alto tutta la scena, è il punto di incontro tra la voglia di Sicilia e di sicilianità del capofamiglia Leopoldo Platania, dalla vita flagellata dai rimorsi e dalle tragedie, e la Francia, intesa come cultura libertina, da cui i personaggi vengono costantemente attratti e poi respinti in un baratro di bigottismo. Chi meglio di Pippo Pattavina poteva vestire i panni di Leopoldo? Egli rappresenta, come sempre, il perfetto connubio tra alta recitazione e personificazione dello “uomo siciliano”. Il ritmo di tutta la rappresentazione è tenuto da una piacevole comicità che alleggerisce il carattere tragico dell’opera. Dal momento in cui, nel primo atto, la governante entra in casa Platania, si osserva come ella sia capace di dare uno spunto alla voce della coscienza di tutti i componenti della famiglia: il figlio Enrico e la sua moglie visionaria Elena, le due cameriere Jana e Francesca. Questo sconvolgimento interiore dei personaggi da vita a dei capovolgimenti di ruoli, proprio come avviene durante l’iniziale disquisizione sulla vita religiosa dei cristiani. Dal personaggio di Leopoldo si palesa, sin da subito, uno stato di ansia dovuta ai tempi che cambiano ed accelerano nella loro evoluzione naturale, ed un malessere comune a tutti i siciliani: “solo i siciliani possono lamentarsi per come li ha trattati il governo italiano”.
La figura della governante, ormai quasi del tutto scomparsa dalle case italiane, è nel nostro caso quella di una donna in possesso di una certa cultura e con precisi studi di psicologia alle spalle; una donna, quindi, in grado di tener testa a chiunque, su qualsiasi argomento, esprimendo fondate opinioni. Ma proprio questa sua capacità la rende una manipolatrice (ecco un altro possibile significato del nome “governante”) che, in un clima di finto puritanesimo, la fa stimare oltremodo da tutti i membri della famiglia: Leopoldo la adora perché vede in lei, nella sua timidezza, e nella sua austerità un ritorno ai suoi antichi principi morali; Elena la scopre come confidente; Enrico la desidera più di tutte le sue amanti; le cameriere che si avvicendano sul palco la osservano ora con ammirazione (è il caso di Jana), ora con passione. Le vicende tolgono il velo ad una Italia che forse è già più libertina della Francia.
Nel secondo atto entra in scena lo scrittore di fama internazionale Alessandro Bonivaglia, impersonato dall’esuberante Max Malatesta; ed è proprio questo personaggio, con le sue argomentazioni, a mio avviso, che prende il posto della governante come punto di partenza per gli esami di riflessione dei personaggi. Lo scrittore possiede un modo di atteggiarsi opposto a quello della governante ma dimostra lo stesso livello di intelligenza. La governante, invece, adesso è parte integrante della famiglia, i suoi discorsi sono meno dispersivi e più sicuri. Si nota anche una strana critica alle poesie di Alessandro, che diventa una sviscerata difesa del corpo femminile. È lei la modernità; la sicilianità riemerge nel personaggio del povero portiere del Barone, il simpatico Marcello Perracchio, ancora ancorato ai vecchi schemi feudali di subordinazione sociale che gli costeranno la galera.
Nel finale una infausta notizia – Jana, la povera, “semplice” e innocente cameriera siciliana coinvolta nell’ambiguo atteggiamento di Caterina, risveglia la vergogna ed il rimorso in Leopoldo. Dal rimorso, però, si può giungere alla redenzione, attraverso il perdono delle colpe della governante, colpe e misteri che ella porta con se fino alla fine come un “vizio” dal quale non riesce a fuggire. Lo scrittore diventa per Leopoldo un simbolo di rettitudine come lo era stata la governante. La conclusione, però, è vicina, le visioni della signora Elena divengono realtà e la realtà è che “il mondo non è brutto o bello … il mondo è quello che è”!
La governante di Vitaliano Brancati
Regia – Maurizio Scaparro
Scene e costumi – Santuzza Calì
Musiche – Pippo Russo
Luci – Franco Buzzanca
Personaggi ed interpreti:
Leopoldo Platania – Pippo Pattavina
Caterina Leher – Giovanna Di Rauso
Alessandro Bonivaglia – Max Malatesta
Portiere – Marcello Perracchio
Enrico – Giovanni Guardiano
Jana – Valeria Contadino
Elena – Veronica Gentili
Francesca – Chiara Seminara
Paolo Licciardello







Lascia un commento