Per non dimenticare. È questo il monito legato indissolubilmente alla Giornata della Memoria, la frase che ognuno dovrebbe scegliere di portare marchiata nella propria mente, tatuata come i numeri di riconoscimento che i deportati nei campi di sterminio erano costretti a portare incisi sulla loro pelle.
Ogni 27 Gennaio, data simbolo scelta perché proprio in tale giorno, nel 1945, l’Armata Rossa abbatté i cancelli del campo di concentramento per antonomasia, Auschwitz, si compie un viaggio nella memoria; o meglio un viaggio nel dolore. Perché quando ci si trova a dover fare i conti con atrocità e abomini della portata di quelli del genocidio perpetrato ai danni degli ebrei, ma non solo (vittime delle folli barbarie dei nazisti furono anche, oltre agli oppositori politici, zingari, omosessuali, prigionieri di guerra, partigiani, disabili e anche alcuni esponenti del clero), si è costretti a fare un tuffo nel dolore. Ci si trova di fronte ad una delle più scellerate e documentate follie che la mente umana sia mai stata capace di concepire. Le immagini che il passato ha lasciato in eredità sono fortissime; i racconti dei sopravvissuti sono crudi e spietati come le sofferenze che furono costretti a subire, e nei luoghi della memoria si respira ancora oggi un’atmosfera pesante, carica di ricordi di un passato che si fa fatica ad accettare, perché di fronte a tanto assurdo dolore il primo impulso è il rifiuto. Che strani scherzi fa la mente umana: si rifiuta di fare i conti con la sofferenza, eppure è perfettamente in grado di partorire tutta quella crudeltà.
Ricordare per non dimenticare. Ma è davvero possibile dimenticare? Come si può ignorare quello che è successo quando è ancora possibile sentire un grido sordo, ma assordante, levarsi dai luoghi testimoni di tanti eccidi? Sembra impossibile, eppure c’è ancora oggi chi nega persino l’esistenza stessa dell’Olocausto. È questa la tesi che sostengono i negazionisti, i nostalgici e gli storici revisionisti che, senza pudore, affermano risolutamente che il genocidio degli ebrei sia stato un’invenzione a posteriori pianificata a tavolino dai vincitori della seconda guerra mondiale (vale a dire Usa, Regno Unito, Urss, la Polonia del governo in esilio a Londra, la Francia libera di De Gaulle e i Paesi e movimenti di resistenza ad essi alleati). Una tesi che a prescindere sarebbe insostenibile e che trova continue smentite da ogni parte. L’ultima, quella che a ragione può essere definita come la prova schiacciante dell’esistenza della Shoah, arriva direttamente dal ritrovamento di una delle copie originali del protocollo formulato nella riunione segreta svoltasi il 20 Gennaio 1942 sulla “soluzione finale del problema ebraico” (“die Endloesung der Judenfrage”). In quell’occasione un gruppo di alti ufficiali delle SS e dignitari di alto rango del Partito nazionalsocialista (Nsdap) e dell’amministrazione del Terzo Reich, in esecuzione dei diretti ordini del Fuehrer Adolf Hitler e del sadico capo delle SS Heinrich Himmler, si riunirono in una lussuosa villa dell’elegante quartiere di Wannsee, situato nell’area sudovest di Berlino, per discutere e organizzare il genocidio del popolo ebraico con una precisione e metodicità degne del miglior retaggio industriale. Il documento, che porta il timbro rosso “top secret del Reich” (“Geheime Reichsache!”), venne steso per ordine dell’alto ufficiale delle SS, Adolf Eichmann, lo stesso che rivestì il ruolo di progettista-ingegnere dell’esecuzione dell’Olocausto fin nei minimi dettagli tecnici (dal numero di treni-bestiame piombati che trasportavano i deportati, alla cadenza delle esecuzioni di massa quotidiane col gas Zyklon-B e le dosi ben calcolate in cui doveva essere adoperato quest’ultimo). Le 15 pagine dattiloscritte di cui è composto il protocollo, vennero ritrovate per caso, dopo la rovinosa disfatta dell’Asse, da ufficiali delle forze armate americane che lo consegnarono ai giudici del processo di Norimberga, la grande istruttoria che gli Alleati indissero nel dopoguerra contro i criminali nazisti. A conclusione del processo molte furono le condanne a morte. Chi sfuggì alla giustizia del tribunale, non poté sottrarsi alla lunga mano dei servizi segreti delle Forze Alleate che raggiunsero e scovarono quanti erano intenzionati a non voler pagare per i crimini commessi.
Ancora oggi, però, la caccia agli ultimi criminali nazisti continua. Non sono pochi, infatti, gli ex appartenenti alle SS sparsi in giro per il mondo che hanno fatto perdere le loro tracce (a volte, è inutile negarlo, con l’aiuto di governi particolarmente accondiscendenti). Chissà se anche loro, nella Giornata della Memoria, si fermano un istante a pensare a quali e quante efferatezze hanno prestato corpo e voce. Chissà se il ricordo li tormenta, o se non li sfiora affatto.
Aurora Circià








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