La tragedia degli Italiani di Crimea: perseguitati, deportati e dimenticati


Nel mondo dell’informazione vige una legge votata al cinismo per la quale l’importanza di un determinato evento è direttamente proporzionale al numero di persone coinvolte: più una notizia riguarda più persone, più essa è importante. Abbastanza semplice, insomma. E semplicistica. È normale, quindi, che una prima scrematura delle notizie di cui si sceglie di parlare avvenga secondo questo principio. Ma ne esiste anche un altro, di eguale, se non a volte di maggior peso: quello del  valore politico. In questo caso, però, risulta più difficile e sottile rilevare le caratteristiche e le sfumature del fattore. A volte influisce palesemente, altre, invece, agisce più silenziosamente. Queste regole sembrano prerogativa dei giorni nostri, eppure esistono da sempre. La Storia ne è testimone. O meglio, essendo la storia scritta dai vincitori, essa è la prova provante di tali meccanismi. A essere iscritti negli annali storici, infatti, sono quelle storie che raggruppano un bacino non indifferente di persone. Per quel che concerne il peso politico, a volte la Storia è riuscita a scardinarne il fattore; a volte, non sempre. Va da sé che quando un evento storico non può fare affidamento sul possesso di tali requisiti, il suo destino può essere solo uno: l’oblio. Questo è quanto è avvenuto per la tragedia della deportazione degli italiani di Crimea.

Dal 1830 (fino al 1870), partì un flusso migratorio dall’Italia, che riguardò più specificatamente  Puglia, Veneto, Campania e Liguria, verso l’estremità orientale della penisola di Crimea (oggi Ucraina).  Quasi tutti agricoltori e marittimi (pescatori, nostromi, piloti e capitani), i migranti italiani si stabilirono nella città costiera di Kerč, situata sull’omonimo stretto che collega il Mar Nero al Mar d’Azov, divenendo in breve tempo piccoli proprietari terrieri o capitai di lungo corso sulle navi mercantili zariste prima, sovietiche poi. Con l’avvento del comunismo, però, la fortuna voltò loro le spalle. Per vent’anni furono vittime delle purghe staliniane punteggiate da arresti, torture e fucilazioni. Si videro costretti a dover rinunciare alle terre e ai beni accumulati, per venire incontro alla politica della collettivizzazione forzata delle proprietà e delle campagne che prevedeva, inoltre, il lavoro collettivo nelle cooperative agricole volute dal regime bolscevico, i kolchoz. Infine, il 29 Gennaio 1942, mentre le truppe nazifasciste avanzavano, su ordine di Joseph Stalin iniziò la deportazione degli italiani di Crimea., accusati ingiustamente di simpatizzare per il fascismo e di essere nemici della patria. Circa quattromila persone vennero rastrellate dalla polizia segreta sovietica, stipate in treni di solito riservati al trasporto del bestiame, e trasferite nei campi di lavoro dell’Asia centrale. Molti morirono durante il percorso, soprattutto vecchi e bambini, a causa del freddo, della fame e della malattie. I sopravvissuti che giunsero nelle steppe gelate del Kazakistan, accolti come nemici e pertanto trattati con estrema crudeltà, vennero rinchiusi nei lager di Akmolinsk e Karaganda e utilizzati come schiavi nella Trudarmia, l’Armata del lavoro, la cui ferrea sorveglianza era affidata all’Nkvd, il Commissariato del popolo degli affari interni (quello che successivamente avrebbe mutato il nome nel più conosciuto e temuto Nkgb, il Commissariato del popolo per la Sicurezza dello Stato).  Metà di loro non sopravvisse alla prigionia. Solo nel 1955 i pochi deportati italiani rimasti riuscirono a tornare indietro, e solo falsificando i documenti, cambiando nome e nazionalità. Li attendeva, però, un destino da invisibili. Diverse furono le minoranze che vennero deportate dalla Crimea durante la seconda Guerra Mondiale: tedeschi, greci, bulgari, ceceni, tartari e armeni. A tutte è stato riconosciuto lo status di deportati; ad alcuni è stata anche riconsegnata la cittadinanza dello stato d’origine (come avvenuto per greci e tedeschi). Solo gli italiani si sono visti negare la possibilità di avvalersi di tale diritto, e non sono nemmeno stati riconosciuti dallo stato italiano, le cui autorità politiche e diplomatiche si attengono al silenzio. Oggi la popolazione italiana in Crimea ammonta a 300 persone, tra deportati e loro discendenti, residenti soprattutto a Kerč. Il loro più grande desiderio è l’Italia, e ogni 29 gennaio ricordano i loro cari inghiottiti nei lager del Kazakistan gettando centinai di garofani rossi nel Mar d’Azov, nelle speranza di salvarli almeno dall’oblio al quale la storia e, purtroppo, anche lo stato italiano, sembrano averli condannati.

Aurora Circià

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