Italianizzato in “scarpe volanti”, lo shoefiti è quella pratica di legare tra loro i lacci delle scarpe e lanciarle in aria come delle bolas in modo da restare appese sui fili elettrici, prende il nome dall’unione di shoe (scarpa) e graffiti ed è nato nelle zone rurali ed urbane di Minneapolis negli Stati Uniti.
Varie sono le leggende metropolitane legate a questo singolare fenomeno: per alcuni appendere le scarpe ai fili serve a segnalare lo spaccio di droga; per altri è una pratica utilizzata dalle gang per commemorare un loro membro vittima di un omicidio o per segnalare i loro confini.
Allo shoefiti sono stati attribuiti anche spiegazioni più leggere: come la fine della scuola, un imminente matrimonio o la perdita della verginità come accade in Scozia.
In Nuova Zelanda è diventato addirittura uno sport amatoriale, dove nelle comunità rurali, gli agricoltori si sfidano a lanciare più lontano o più in alto grossi stivali di gomma.
Ma le origini del fenomeno sono state accostate all’ambito militare, dove i soldati avevano l’abitudine di legare tra loro gli anfibi militari, spesso dipinti da colori accesi, e lanciarli come rito di passaggio o per festeggiare la fine del servizio di leva.
Anche il cinema ha contribuito a dare visibilità e a far conoscere questa creativa forma d’arte: in Sesso e potere (1997) del regista Berry Levinson, i soldati lanciavano le scarpe in omaggio del loro sergente ucciso in battaglia, e anche Tim Barton in Big Fish- Le storie di una vita incredibile (2003) omaggia lo shoefiti.
Dall’America lo shoefiti si è diffuso in tutto il mondo, fino ad arrivare in Italia, a Caserta, a Bologna, nella zona di Trastevere a Roma e anche a Catania in via Alcalà ingresso di San Cristoforo, storico quartiere di spaccio di droga della città si possono ammirare queste creative istallazioni di strada.
Maria Chiara Coco








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