L’Egitto, da un anno a questa parte, è salito all’onore delle cronache per le manifestazioni di tanti giovani e non che hanno fomentato il movimento della Primavera Araba. In un certo senso associare le parole “scontri e disordini” ed “Egitto” sembrerebbe essere diventato un accostamento scontato, ripetitivo. Ma gli scontri ai quali gli egiziani ci avevano “abituato” fino ad ora avevano tutti una comune matrice democratica, di rivolta contro il regime dell’oppressore Mubarak. Di tutt’altro genere è stato, invece, il motivo scatenate ella violenza che si è registrata il primo febbraio a Port Said, cittadina situata nel Nord-Est del paese.
Il calendario della 17esima giornata del campionato di serie A egiziana vedeva spiccare lo scontro tra la squadra locale del Al Masry e la capolista Al Ahly del Cairo, considerata la squadra più forte dell’intero continente africano. Una partita che ha visto vincere la squadra di casa per3 a1; un risultato del tutto inaspettato. Come inaspettata è stata l’improvvisa violenza degli scontri che hanno fatto seguito al triplice fischio finale: mentre dagli spalti occupati dai tifosi dell’Ahly volavano insulti, i tifosi di casa hanno invaso il terreno di gioco assalendo i giocatori e i supporters rivali con bastoni, bottiglie e coltelli, attaccando anche i pochi uomini delle forse dell’ordine che hanno tentato invano di evitare il peggio. La Giunta militare di transizione guidata dal generale Hussein Tantawi ha immediatamente inviato aerei ed elicotteri per poter permettere l’evacuazione dello staff dell’Ahly e dei suoi tifosi, e per il trasporto di parte dei feriti. Alla fine degli scontri il ministro dell’Interno, Mohamed Ibrahim, ha reso noto il bilancio degli incidenti: 74 morti, tra tifosi (la maggior parte) e agenti; 47 le persone arrestate.
Al Cairo, dove era in corso la partita tra lo Zamalek, squadra della capitale, e l’Ismailiya, l’incontro è stato sospeso una volta avuta notizia delle violenze di Port Said. Una decisione non ben accolta dai tifosi che, infatti, hanno reagito appiccando fuoco ad alcuni settori dello stadio. In questo caso non si sono registrate vittime.
A seguito di questi gravi episodi, il presidente della Federcalcio egiziana ha annunciato il rinvio di tutte le partite del campionato di serie A a data da destinarsi.
C’è però chi non crede che le violenze di Port Said siano esplose solo a causa della follia di gruppi di ultras. I Fratelli Musulmani, la maggiore forza politica nell’Egitto del dopo Mubarak, trionfatori alle ultime elezioni, accusano i nostalgici sostenitori del deposto rais, sostenendo che gli incidenti sarebbero stati pianificati dai simpatizzanti dell’ex-regime. Del resto in molti si interrogano su come fosse possibile la quasi assoluta mancanza di polizia per una partita considerata “calda”, data la storica ostilità tra le due squadre.
Il giocatore dell’Ahly, Abo Treika, ha dichiarato: “Questo non è calcio, è guerra. Abbiamo visto la gente morire sotto i nostri occhi, non c’erano misure di sicurezza, nemmeno le ambulanze. Una cosa orribile, che mai potremo dimenticare”.
Questo è oggi l’Egitto: un paese che deve fare i conti con un lento e, si spera, concreto ritorno alla democrazia, in cui, nel frattempo, ad ogni emozione basta ormai davvero troppo poco per esplodere e degenerare.
Aurora Circià








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