Dopo duri anni di studio, dopo duri anni di tirocinio, passati in una condizione servile (per non dire schiavile dato che dovrebbe essere stata abolita), dopo un terno a lotto, meglio conosciuto come esame di abilitazione alla professione forense, eccoti diventato avvocato. Ovviamente le cose non cambiano e non diventi milionario (anche se molti pensano sia cosi), ma continui ancora ad arrancare, a correre da un posto all’altro, sperando di avere un giorno la possibilità di fermarti e goderti tutti i sacrifici fatti per diventare ciò che volevi essere.
Tutto questo è ora messo a rischio di nuovo, in nome di una liberalizzazione della professione, che nemmeno coloro che fanno già parte dell’ordine riescono a comprendere. Ovviamente potrebbe sorgere il dubbio che questi ultimi, stiano cercando di proteggere, come al solito, i loro interessi di casta chiusa e di impedirci di entrare nel “mondo della cuccagna”, ma effettivamente non sono queste le riforme di cui noi giovani – futuri- avvocati abbiamo bisogno.
Ovviamente fa gola la possibilità di poter sostenere l’esame di Stato dopo 18 mesi e non 24 mesi di pratica, dato che molte volte si perde tale possibilità per essersi laureati un mese dopo. Ma ciò che tale riforma sta eliminando è la possibilità di poter avviare un giorno un’attività autonoma.
Come al solito l’obiettivo, non troppo celato, è quello di indurre molti giovani ad intraprendere altre strade. Come non dare ragione ai numeri: in Italia il numero degli avvocati corrisponde alla metà di tutti gli avvocati nell’Unione Europea. Quante volte si è parlato di limitare l’accesso alla professione, di rendere il nostro corso universitario a numero chiuso. I problemi di una tale scelta nel nostro paese sono però innumerevoli, perché se non cambia la mentalità dell’italiano medio, tale scelta (al di là del fatto che possa essere giusta o ingiusta) è improponibile. Correremo davvero il rischio di un sistema non fondato sulla meritocrazia, ma sulla discendenza familiare.
Ovviamente intervenire sulle tariffe, eliminandole non ha senso.
È giustissimo che il cliente sia reso edotto dei costi che un processo comporta, ma il sistema del preventivo che va al ribasso non può funzionare per varie ragioni. In primis le incognite di un procedimento possono essere innumerevoli, e in secondo luogo coloro che vengono colpiti pesantemente saranno proprio i giovani avvocati, già snervati e prosciugati da anni di schiavismo non retribuito.
Non parlando poi della possibilità prevista, dal maxiemendamento al patto di stabilità, per i soci di capitale di entrare nelle società tra professionisti, che potranno costituire delle società commerciali, finora vietate. «I soci di capitale nelle società di professionisti snaturano il mestiere dell’ avvocato» e «le liberalizzazioni delle professioni favoriranno soltanto i poteri forti, ma ridurranno le tutele per i cittadini», sostiene Mario Napoli, presidente dell’ ordine degli avvocati di Torino. Si tratta di «una novità pericolosa», continua ad affermare Napoli perché, in questo modo, «solo i grandi gruppi bancari, industriali, assicurativi, saranno interessati a una simile opportunità, per azzerare i propri costi di assistenza legale. È evidente che nel momento in cui entra un socio di capitale in una società di professionisti, ha solo un interesse speculativo. L’ ipotesi prevede inoltre che sia un socio non professionista a poter costituire una società di avvocati, che finirebbe così per diventare un ufficio legale interno». Con «gravissime conseguenze» perché, afferma il legale, «sarebbe la fine della figura dell’ avvocato, che perderebbe la sua indipendenza e il suo segreto professionale. E il fatto che sia Confindustria che l’ Abi sono favorevoli a questa novità dovrebbe insospettire»
Gli avvocati quindi parlano di “liberalizzazioni selvagge” con due giorni di sciopero, previsti per il 23 e 24 febbraio, e una settimana di astensione dalle udienze, nei primi giorni di marzo.
Maurizio de Tilla, Organismo unitario dell’avvocatura dice: “Qui si punta alla rottamazione del processo civile. Le manovre economiche e gli interventi legislativi hanno disintegrato il diritto di difesa dei cittadini». La Cassa forense condivide «tutte le preoccupazioni dell’avvocatura” e aderisce “a tutte le iniziative che verranno prese”. Anche i penalisti attaccano: per l’Unione Camere penali le liberalizzazioni sono “pura propaganda e vanno contro l’interesse dei cittadini”.
Queste sono riforme di cui il sistema giustizia non ha bisogno. Inviterei, invece, i lettori a recarsi in un tribunale per comprendere perché la giustizia è cosi lenta in Italia. Uffici e personale sotto-organico oberati di lavoro. Personale che va finalmente in pensione, ma che non viene sostituito da nessuno, con una sedia che rimane libera, mentre il lavoro si accumula e deve essere smaltito anche da chi non è qualificato per tale mansione. Cause che devono essere rimesse sul ruolo, perché i pochi giudici che ci sono, hanno cosi tanti procedimenti assegnati, che una vita intera non basterebbe per dire ho terminato.
Quello che dovrebbe essere attuata è quindi una riforma che riesca a rivalutare e a riqualificare anche le altre professioni legate al sistema giustizia, che dia la possibilità di poter lavorare con gli strumenti necessari e con un personale che sia non solo qualificato, ma anche in grado di poter svolgere veramente il proprio lavoro.
Angela Scalisi.







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