Nella notte tra il 4 e il 5 Agosto 1962 moriva a soli 36 anni Marilyn Monroe. Suicidio, incidente o omicidio: il mistero sulla sua fine ancora oggi permane e alimenta l’immagine di un mito intramontabile. In occasione dei 50 anni dalla morte dell’attrice si terrà dall’8 marzo al 26 maggio una mostra a ingresso gratuito alla Getty Images Gallery di Londra. Una raccolta di immagini (celebri e inedite), filmati privati originali, costumi di scena e abiti personali, provenienti dalla collezione privata di David Gainsborough Robert, uno dei più importanti collezionisti di memorabilia della attrice statunitense, comporranno il percorso nella vita e nella leggenda della star.
Norma Jeane Baker probabilmente non sarebbe mai diventata una delle più celebri icone di tutti i tempi se non avesse cambiato nome in Marilyn Monrore. Un nome studiato a tavolino e consigliatole da Ben Lyon, attore e talent-scout, che le suggerì di adottare il nome Marilyn in onore della diva Marilyn Miller (ballerina, attrice e cantante) e Monroe dal cognome della nonna materna. Un nome che fece la differenza, forse per quel ripetersi del suono M, e che la consacrò, insieme alla sua voce quasi mormorante e affannosa unita all’immagine di donna bionda bellissima e burrosa, come icona di fascino e seduzione. Un mito che si nutre di quell’intramontabile immaginario legato al suo personaggio, all’attrice e alla donna che ha rappresentato, e continua a rappresentare ancora oggi, il sogno proibito di generazioni.
Donna fragile, insicura, segnata da un’infanzia dolorosa; viveva col complesso di non avere studiato e desiderava scrollarsi di dosso l’etichetta, troppo frettolosamente e superficialmente affibiatale, di oca bellissima. Intelligente ma fragile, troppo forse, vittima della sua stessa bellezza, era capace di grandi interpreazioni: originali, comiche, sensuali, ma anche malinconiche e disperate. Non a caso venne premiata in tre occasioni con il Golden Globe, e si aggiudicò anche un David di Donatello che ricevette dalla mani della grande Anna Magnani, commentando per l’occasione in italiano “Sono commossa and grazie”. Sapeva contagiare egualmente allegria e paura. Nutriva un unico grande desiderio: di amare ed essere amata. Nonostante l’amore del pubblico, al quale lei sentiva di appartenere, e la folta schiera di uomini che ne subivano l’indiscutibile fascino, non trovò mai la serenità e l’amore che tanto desiderava. Gli uomini che si avvicendarono al suo fianco (James Dougherty, Joe Di Maggio, Arthur Miller, ma anche gli amori clandestini mai confermati con John e Robert Kennedy) non furono in grado di starle al fianco. Aspirava all’amore e alla felicità sopra ogni altra cosa: “Vorrei essere felice. Ma chi lo è? Chi è felice?”. Consapevole dell’immagine frivola alla quale veniva associata, e del disappunto che l’ala più bigotta del pubblico americano le riservava perché troppo intenta a soffermarsi solo su i numeri delle sue generose forme (97-61-91), nella sua ultima intervista rivolse una sorta di angosciata e angosciosa supplica: “La prego non mi faccia apparire ridicola”. Era la paura di divenire una barzelletta agli occhi del suo pubblico ad attanagliarla. Incapace di affrontare i suoi demoni, finì col trovare rifugio nella dipendenza da farmaci e psicofarmaci che, però, la resero imprevedibile e distaccata, al punto da dichiarare: “A volte penso che sarebbe meglio evitare la vecchiaia e morire giovane. Ma vorrebbe dire non completare la propria vita, non riuscire a conoscersi completamente”. Parole che oggi suonano come una triste premonizione.
Marilyn Monroe è stata protagonista di una vita bruciata troppo in fretta, vissuta all’ombra di un sorriso che nascondeva fragilità, paure, e una grande solitudine. E come canta Elton John nella sua celebre “Candle in the wind” a lei dedicata: “Addio Norma Jeane […] la tua candela si è spenta molto prima di quanto non abbia mai fatto la tua leggenda”.
Aurora Circià








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