La burla: uno scherzo fatto per ridere alle spalle altrui, ma senza malanimo. La fortunata stagione del teatro Verga prosegue con una esuberante e, quanto mai, moderna commedia shakespeariana incentrata sulle borghesi figure delle comari di Windsor e dei loro familiari, sul protagonista della vicenda, sir John Falstaff, e sul folto gruppo di personaggi quali dottori, parroci, paggi, gentiluomini, osti, e sugli immancabili scagnozzi.
L’entrata corale trascina immediatamente lo spettatore dentro il mondo dei commedianti, la cui scenografia é formata unicamente da una maestosa e carnevalesca statua della regina Elisabetta I che, alzando i diversi strati della sottoveste, mette in mostra la sua giarrettiera, o la “belle guêpiere” secondo il gallico dottor Cajus, e avvolge l’intero palcoscenico in ambienti dai colori differenti. Saranno, poi, alcuni paraventi a completare l’opera scenografica e, sopratutto, i costumi e le movenze di ogni singolo personaggio della commedia a fungere da elemento complementare all’ambiente teatrale. Un intreccio di burle, in questo consiste la commedia delle comari; sono, appunto, loro, le donne che abitano le borghesi case di Windsor, Madonna Page e Madonna Ford, che decidono l’inizio della commedia nella commedia e sono loro che, ancor di più, accentuano il ruolo di protagonista sul cavaliere Falstaff. Il formoso ed eccentrico Sir John entra perfettamente nel corpo di Leo Gullotta, riesce a contraffarne la voce ed il corpo proponendo allo spettatore un pancione pieno di se o, come lo definisce stesso regista Fabio Grossi, “un guascone, con la sua pletorica simpatia cialtrona, il suo amore per la crapula ed il bicchiere, e la sua irresistibile, endemica disonestà viziosa e bonaria”. L’attore siciliano, grazie al personaggio uscito dal genio shakespeariano, esce dalla semplicistica visione del protagonista-direttore dell’orchestra teatrale, per divenire un mastodontico centro gravitazionale intorno al quale ogni vicenda ed ogni scaltrezza gigionesca dei commedianti possono danzare.
Un turbinio di lingue diverte la platea contrapponendo un latino masticato tra gengive e guance a parole storpiate, modificate o, più precisamente, modellate per imprimere ritmo ai dialoghi ed alle battute, sia che si tratti dell’inglese (italiano) aulico, sia che si tratti del francese raffinato. A tal proposito, le vicende che intercorrono tra il dottor Cajus, impersonato da Alessandro Baldinotti, ed il parroco don Hugh Evans, Paolo Lorimer, cioè “il gallico contro il gallese”, oppure quelle tra lo stesso dottore ed il servo Simplicius, ricordano come le semplici gag, che ancora oggi allietano il pubblico teatrale e televisivo, si basano su elementi della commedia che, già allo scadere del 1600, erano presenti e che, quindi, risultano immortali. Uno spirito sessuale pervade tutta la commedia; le pulsioni fisiche del cavaliere, la dimestichezza delle donne di Windsor con gli argomenti “notturni”, la gelosia di mastro Ford, la noncuranza di Mastro Page mista al suo accennato desiderio omosessuale per il paggio Robin, la storia d’amore, celata, tra Annetta Page ed il giovane gentiluomo Fenton, gli amorevoli turpiloqui dei compagnacci di Falstaff impregnano la commedia tutta.
Tutto l’intreccio è cadenzato da sonorità e canti che rendono la rappresentazione degli attori ancora più lodevole, tanto da trasformare, in alcuni momenti, lo spettacolo in un “musical alla Shakespeare”. Ciò che si restituisce agli astanti è la consapevolezza che le donne sono le più scaltre in natura, riescono a raggirare mariti e corteggiatori, ma possono, a loro volta, essere ingannate da un amore più puro.
È giusto notare come la governante Quickly che crea, col suo ruolo, il legame tra tutte le vicende facendo da spola da un personaggio all’altro, diviene nella scena finale la regina delle fate, quasi a comandare e dirigere per l’ultima volta il districarsi della storia. Proprio nella foresta, sotto la quercia d’Erone, il cavaliere inglese capitolerà sotto l’inganno delle due famiglie: “Vedete ora come un uomo di spirito può trasformarsi in un babuino, quando ei s’inganna male”! In un certo senso è il cornificatore che può diventare cornuto. Le commedie devono pur finire bene e lasciare un po’ di sconcerto attraverso una piccola morale che, questa volta, viene lasciata a Sir John. Egli, rispetto agli atti “immondi” delle comari e dei loro compagni, può godere di una piccola rivincita che lasciamo scoprire allo spettatore o al lettore, e può concludere: “Ci provo gusto: v’eravate ben piazzati per fare centro su me, ma vedo che la freccia vostra v’è tornata nel codrione”. Lui, Falstaff, almeno è quello che è.
Degno di una rappresentazione Dell’autore inglese è persino l’applauso finale che sembra scaturire e far parte della rappresentazione. Cosa si può aggiungere ad una commedia di William Shakespeare? Se proprio non si ha la voglia o il tempo di leggerlo, un tale spettacolo arricchisce comunque l’animo.
Le allegri comari di Windsor
di William Shakespeare
Regia – Fabio Grossi
Scene e costumi – Luigi Perego
Musiche – Germano Mazzocchetti
Movimenti coreografici – Monica Codena
Personaggi e interpreti
Sir John Falstaff, cavaliere – Leo Gullotta
Mastro Page, borghese di Windsor – Gerardo Fiorenzano
Mastro Ford, borghese di Windsor – Fabio Pasquini
Madonna Page, moglie di mastro Page – Rita Abela
Madonna Ford, moglie di mastro Ford – Valentina Gristina
Anna Page, figlia di mastro e Madonna Page – Cristina Capodicasa
Fenton, giovane gentiluomo – Giampiero Mannoni
Slender, borghese di Windsor – Fabrizio Amiucci
Simplicius, servo di Slender – Federico Mancini
Don Hugh Evans, parroco gallese – Paolo Lorimer
Dottor Cajus, medico francese – Alessandro Baldinotti
Mistress Quickly, governante di Cajus – Mirella Mazzeranghi
Oste della locanda della giarrettiera – Vincenzo Versari
Robin, paggio di Falstaff – Sante Paolacci
Pistol, compagnaccio di Falstaff – Gennaro Iaccarino
Num,compagnaccio di Falstaff – Sergio Petrella
Paolo Licciardello







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