James Taylor sotto il vulcano.


Equilibrata compostezza nell’armonia e nella semplicità di una struttura poetica ingenua, subito pronta a condurre, quasi per mano, in un’atmosfera rarefatta dai toni caldi e sfumati.

Si, potrebbe essere una tela di Chagall, ma in questo caso parliamo di James Taylor,  uno dei più importanti cantautori americani della generazione degli anni ’70 e non solo. Il suo stile  trova solide radici nel blues ma soprattutto su una tradizione folk alla Woody Guthrie a partire dalla quale James cercava di strutturare le proprie canzoni. Il risultato è un inconfondibile sound folk-country dal sapore agrodolce con una punta di nostalgica malinconia, che si esprime attraverso:

 

una vincente sinergia tra la voce sottilmente nasale ma ben educata e sempre composta, ed una virtuosa tecnica chitarristica, personale elaborazione del più tradizionale fingerpicking.

 

Risulta infatti difficile “scindere” la chitarra dalla voce poiché tale commistione costituisce il nucleo indivisibile sia dell’espressione ma anche della composizione, insomma, come sostiene lo stesso cantautore in una recente intervista rilasciata a la Repubblica «[…] ciò che posso suonare alla chitarra condiziona quello che scrivo, le canzoni sono direttamente figlie della mia tecnica e non avendo avuto una educazione formale alla musica ho bisogno della chitarra anche per comunicare quello che voglio agli altri musicisti».

 

Una carriera tanto longeva e brillante quanto difficile e dolorosa.

Dai ricoveri psichiatrici in seguito a episodi depressivi, ai problemi di dipendenza dall’eroina, all’incidente in moto che gli procurò fratture multiple alle mani costringendolo a separarsi dalla chitarra per un periodo di tempo. Ciononostante, i nostro James, ne è sempre venuto fuori con successo e con “stile”, quello stesso stile che ci fa apprezzare brani di esordio al grande pubblico come Sweet baby James (dedicata all’arrivo del nipotino a cui il padre Alex volle dare lo stesso nome del fratello James); o Carolina in my mind, scritta durante una pausa di lavoro “forzata”, in realtà decisa dai Beatles che all’epoca curavano il lavoro di James: un amico convince Taylor a trascorrere questo periodo di stand by a Formentera (una delle principali isole dell’arcipelago delle Baleari) e qui, in preda ad una una improvvisa nostalgia di casa, di quella cittadina di Chapel Hill nella Carolina del Nord, James compone questo indimenticabile tributo alla sua terra d’origine, da cui si allontana giovanissimo ma a cui rimarrà sempre  indissolubilmente ed intimamente legato.

In questo suo periodo londinese, musicalmente determinante, come lo stesso James ricorda spesso nei suoi concerti, risulta la registrazione del primo album James Taylor nel 1968 per la Apple Records, casa discografica dei Beatles. Alla realizzazione del disco collaborano attivamente George Harrison e Paul McCartney.

 

“Dietro ogni grande uomo c’è sempre una grande donna”.

E questo lo sa bene neanche il nostro cantautore che di “grandi donne” ne ha avute anche più di una. Dalla madre soprano che lo indirizza già da bambino allo studio del violoncello (presto abbandonato in favore della chitarra, strumento dal quale James non si separerà mai più); a Carol King, pianista, cantante e compositrice americana che con James, oltre ad una breve relazione sentimentale, ebbe una fruttuosa collaborazione che ci restituisce “icone  musicali” come You’ve got   a friend, scritta da Karol e rimasta nel cuore di molti grazie alla più celebre reinterpretazione di Taylor e che costituisce tutt’oggi una delle sue più incisive “punte di diamante”.

A Carly Simon, attrice e cantautrice statunitense che sposa Taylor nel 1972. Con lui ebbe due figli ma, il matrimonio, durante il quale i due non risparmiarono al pubblico memorabili esibizioni, ebbe fine nel 1983.

Come non ricordare la giovane interpretazione congiunta e appassionata di Close your eyes?

Nel 1985 sposa Kathrin Walcher ma questo matrimonio ha vita meno breve del precedente. Il terzo (ed ancora attuale) matrimonio arriva nel 2001 con Caroline Smedwig, direttore delle pubbliche relazione della Boston Symphony Orchestra. L’album October Road risulterà chiaramente influenzato da tale relazione.

….e sotto il vulcano?

In questo tour teatrale 2012, Taylor passerà quasi un mese in Italia partendo dal Teatro Agusteo di Napoli il 6 marzo, passando “sotto il vulcano” l’8 marzo presso il Teatro Metropolitan di Catania (unica tappa in Sicilia), e concludere il 30 marzo all’Auditorium Conciliazione di Roma.

Compagni fedeli di viaggio, oltre alla moglie e ai due figlioletti che possono così visitare per la prima volta il bel paese, saranno: Steve Gadd alla batteria, Jimmy Johnson al basso e Larry Goldings al piano. Un tour, questo, che fa da preludio all’uscita di un intero disco di inediti a cui Taylor sta lavorando e che dovrebbe essere ultimato in autunno. Si tratta del primo disco di inediti dopo quasi dieci anni e, in occasione della tournée, si potranno ascoltare in anteprima due dei brani che faranno parte della nuova composizione.

La formazione in trio trova il suo habitat naturale nel teatro, dove tutto concorre ad un’esperienza più intima e compartecipata.

E al Metropolitan di Catania, la formula sembra proprio essersi rilevata vincente. James entra puntuale in scena e, dopo il tempo necessario ad un istantaneo inchino, sembra quasi non vedere l’ora di imbracciare la chitarra e regalare al pubblico due ore di coinvolgente spettacolo. E lui è quello di sempre, con la sua compostezza, quella luce sul volto, l’atteggiamento serafico, la sua fisicità imponente e allo stesso tempo leggera e “giocherellona” che riesce a dominare gli spazi del palco, anche rimanendo intorno al raggio di uno sgabello per quasi tutto lo spettacolo.

Le “punte di diamante” ci sono tutte, da Fire and rain a Don’t let me lonely tonight a Caroline in my mind, Sweet baby James e Mexico; per un momento si stacca persino dalla sua inseparabile chitarra acustica  ed imbraccia una telecaster per “alzare un po’ i giri” con Streamroller blues, ma niente paura, il sapore agrodolce del suo inconfondibile fingerpiking ritorna presto in scena per guadagnandosi ancora una volta un pubblico sempre più partecipe, forse meglio dire “rapito”, ora intonando un coro (inevitabile per la verità!) durante You’ve got a friend, ora con una sempre travolgente Shower the people, oppure con una cover quasi ipnotica di Yesterday sostenuta da un virtuoso  contrappunto del piano di  Larry Goldings, per avviarsi pian piano alla fine con Your smiling face e  You can close your eyes.

 

Colpisce riscontrare una tale partecipazione da parte di un pubblico multi-generazionale, come colpisce altresì vedere un “ragazzo sessantaquattrenne” del Nord Carolina (vincitore di 5 grammy awards, 40 dischi d’oro e diversi dischi di platino) che, dopo aver regalato le stesse forti emozioni di sempre, si trattiene sul palco per tutto il tempo necessario a concedere autografi, sorrisi e strette di mano fino ad accontentare anche l’ultimo dei suoi fan.

Sebastiano Finocchiaro

foto e copyright protetto : Antonio Vinci

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