George Clooney arrestato a Washington mentre protestava contro il regime del presidente del Sudan


La notizia è decisamente succosa, tra le più appetibili per lo showbiz: George Clooney è stato arrestato. Niente problemi di alcol o droga, però, per la star hollywoodiana che è riuscita a gettare luce su una causa che gli sta molto a cuore, vale a dire quella che riguarda le sorti del Sudan. L’attore era uno dei promotori del sit-in svoltosi venerdì per protestare davanti l’ambasciata sudanese a Washington contro il regime del presidente del Paese africano, Omar al-Bashir, accusato di star provocando deliberatamente una crisi umanitaria attraverso il blocco del cibo e dei medicinali destinati alle Nuba Mountains, una zona al confine del Sudan del Sud. Secondo i manifestanti, in tal modo, al-Bashir starebbe portando avanti una campagna di morte che avrà nel giro di pochi mesi conseguenze umanitarie disastrose. I manifestanti avevano organizzato un atto di disobbedienza civile che prevedeva l’occupazione del suolo di proprietà dell’ambasciata. Un atto puramente simbolico, sfociato nell’arresto di Clooney e altri attivisti dopo il terzo avvertimento a non superare la linea della polizia fuori dall’ambasciata. Il gesto è costato il fermo, tra gli altri, anche al padre dell’attore, il 78enne giornalista Nick Clooney, e a Martin Luther King III, Ben Jealous presidente del Naacp (National Association for the Advancement of Colored People), e alcuni membri del Congresso, tra i quali il democratico Jim Moran e il repubblicano Frank Wolf, entrambi di ritorno dal Sudan dove avevano incontrato e ascoltato la testimonianza di diversi rifugiati. In manette Clooney e i suoi compagni attivisti ci sono restati solo qualche ora prima di essere rilasciati, giusto il tempo che la notizia e le foto dell’arresto facessero il giro del mondo. Subito dopo il rilascio Clooney ha dichiarato: “Essere arrestati è sempre umiliante, non importa cosa tu abbia fatto, ma sono contento di essere qui insieme con mio padre; cerco di suscitare l’attenzione su quanto accade in Sudan, l’importante è che la notizia delle condizioni di quel Paese si diffonda, il Congresso deve sapere , il presidente deve sapere. Se entro tre o quattro mesi non saranno presi provvedimenti assisteremo a un vero disastro umanitario”. Mercoledì l’attore aveva testimoniato davanti alla commissione del Senato statunitense sulle Relazioni Internazionali a proposito del suo ultimo viaggio in Sudan e sulle violenze compiute dal governo a danno dei civili: una campagna di morte, massacri, paura e deportazioni in corso nel Paese africano sulla quale Clooney ha voluto portare maggiore attenzione, riuscendo già giovedì a ottenere la promessa da parte di Obama a fare pressioni sul presidente cinese Hu Jintao, sostenitore del sudanese Omar al-Bashir.

Da tempo il Sudan è dilaniato dal conflitto tra le forze armate ufficiali e i ribelli. Una guerra che si protrae da anni e che ha già causato più di 70mila profughi. E per la quale l’attore si è sempre speso affinché i problemi del Darfur e di tutto il Sudan fossero resi noti.

L’impegno di Clooney, iniziato nel 2005 dopo un viaggio in Africa in compagnia del padre, è stato efficace per portare il conflitto sudanese all’attenzione internazionale, prima mediatica e poi politica. Clooney ha ormai una linea diretta con i leader dei ribelli sudanese, dei quali ha i numeri di telefono in rubrica tra i preferiti, e gli è anche capitato di vedersi puntare addosso Kalashnikov impugnati da bambini-soldato. Il legame col Paese è così forte che, quando si trova sul set, riceve continui aggiornamenti sulla situazione via e-mail.

Nelle zone colpite dal conflitto sudanese, nessuno ha mai visto un suo film; la sua credibilità lì deriva dai numerosi viaggi compiuti in Africa. Dalle due fazioni in lotta è visto come un uomo libero da costrizioni burocratiche, una persona che ha accesso al potere e che con esso può dialogare per amplificare la voce di un piccolo villaggio sul palcoscenico internazionale. Una sorta di diplomatico freelance che fa leva sulla sua fama per trovare soluzioni ai problemi che riguardano la popolazione civile delle zone di guerra. Una prima mossa in tal senso è stata la realizzazione in collaborazione con l’Onu, Google e l’Università di Harvard del Satellite Sentinel Project : l’idea è monitorare attraverso satelliti-spia il confine tra Nord e Sud del Sudan per pubblicare periodicamente sul sito del progetto le foto scattate dall’apparecchio, mostrando movimenti sospetti di mezzi militari, campi improvvisati e scavo di trincee. Un progetto contro le violazioni dei diritti umani, quindi, che può vantare il privilegio di essere privo dei lacci burocratici che spesso condannano le vie ufficiali a un non-interventismo frustante.

L’interesse scatenato dalla notizia dell’arresto di Clooney dimostra come l’attenzione pubblica sia sempre più determinante per salvare delle vite, sia che si tratti del rischio di un genocidio, sia che riguardi malattie o fame. Le star possono generare questo tipo di attenzione capace a sua volta di generare la volontà politica di fare qualcosa affinché il problema venga risolto. E chissà che proprio tutto questo tam-tam mediatico non porti qualcosa di veramente concreto nella lotta contro Omar al-Bashir, il presidente sudanese ricercato dalla Corte Penale Internazionale dell’Aja per crimini di guerra in Darfur, quello che ad oggi viene definito come uno dei peggiori criminali del secolo.

Aurora Circià

http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=p89OuPODBMM

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