Nel sacro silenzio della Galleria 2 del Maxxi, la scultrice Doris Salcedo classe 58’, nota per le sue battaglie sociali nella società contemporanea e per “Shibboleth” l’istallazione alla Tate Modern di Londra che fece aprire una crepa nel pavimento (2008), espone quest’ ultima istallazione “Plegaria Muda” Preghiera Silenziosa, attraverso cui l’artista denuncia le morti dei sobborghi di Los Angeles e un particolare episodio avvenuto nel suo paese natale, che ha visto 1500 morti giovanili in Colombia tra un lasso di tempo che va dal 2003 e dal 2009, uccisi dall’esercito senza nessuna ragione, in seguito si scoprì che il governo colombiano attuò un sistema di ricompense per chi uccideva guerriglieri in guerra. L’esercito cominciò ad ingaggiare giovani del Paese offrendo loro un lavoro, successivamente portati in zone dove venivano uccisi e classificati come “Guerriglieri non identificati: morti in guerra con un arma da fuoco”.
L’artista accompagnò per diversi mesi gruppi di madri per identificare i propri figli nelle fosse comuni, percorrendo insieme a queste donne il processo di elaborazione del lutto, guardando con gli stessi occhi ciò che lo Stato aveva permesso che succedesse.
Plegaria Muda è un silenzio urlato, sono centoventi tavoli sovrapposti, dislocati per lunghezza separati da un letto di terra umida, ove nascono timidamente dei fili d’erba.
La loro sistemazione a coppie evoca delle bare, è un percorso che ci lascia un senso di disagio creato artificialmente, una preghiera silenziosa elegante ma che riesce a entrare prepotentemente dentro l’inconscio dello spettatore e invocare nella nostra mente il lutto, la sofferenza, percorrendo lo spazio espositivo si abbatte il confine tra opera e visitatore. Questi tavoli danno un senso d’irrisolto ci pongono delle domande, la disposizione dei tavoli non è casuale all’inizio sono disposti in maniera aperta ma andando avanti si ha un crescere denso fino a che si è dentro un labirinto e il visitatore deve soffermarsi per individuare come farsi spazio e trovare la via di “fuga”. L’erba che cresce è la presenza ambigua in un ambiente ostile e artificiale si aggrappa a quel filo sottile che si chiama vita, come l’essere umano che anche nelle avversità riesce ad affrontare la quotidianità.
Irene Luca







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