Appare un orologio d’argento sul palcoscenico del teatro Ambasciatori ed il tasto play viene pigiato. Note blues accompagnano lievemente l’attore che introduce uno degli spettacoli teatrali americani più riusciti “un tram che si chiama desiderio”. Ho sempre invidiato la capacità mnemonica degli attori, il solo ascoltare quell’elegante, forse volutamente asettica, voce narrante iniziale denota immediatamente la bravura di un attore come Rosario Tedesco. Egli crea, allo stesso tempo, il patos iniziale vestendosi da apripista ai compagni attori che lentamente, accompagnati dallo spegnersi di riflettori più potenti, si sistemano nelle loro posizioni sul palco. Avviene poi un passaggio di palla tra il narratore e gli interpreti, come a comandare la cadenza dei dialoghi seguendo alla lettera la sceneggiatura, descrivendone emozioni e movimenti, e soprattutto pronunciando il loro nome ad ogni battuta. L’effetto è quello di sprofondare subito lo spettatore in una strana realtà, a tratti angosciosa.
L’esperto e conosciutissimo regista, Antonio Latella, ha escogitato tali ed altri espedienti in questo suo lavoro, riscontrando grandi apprezzamenti; l’ennesima scelta di far vestire i panni di Eunice ad un uomo è dettata, a suo dire, dalla voglia di sottolineare l’ambiguità di questo personaggio che, inoltre, funge da attore multifunzione, prima come gatto, poi come donna ed a volte come operatore di scena.
La scenografia con mobili ed oggetti tutti in legno rassomigliano, per il loro significato simbolico, a quelli delle case delle bambole; in realtà, dice Latella “gli oggetti sono memoria di se stessi, hanno perso la loro funzione d’uso per diventare proiezioni della mente di Blanche”. Gli attori stessi vengono attivati dopo essere rimasti in scena immobili come manichini, come esseri presenti ma bloccati in un subconscio. Gli oggetti ricordano un set cinematografico e non di rado prendono il posto di elementi che comunemente troveremmo nelle nostre case: il televisore, le lampade del letto, il materasso, il lavabo, lo schienale delle sedie ecc … La regia, anche questa, sembra, in qualche modo, mescolata alla rappresentazione, divisa, sul palco, tra i vari personaggi. Spesso anche lo sfogliare il taccuino da parte del narratore, o come si comprenderà meglio infine, del dottore, sembra l’avvolgere o lo scorrere della storia nei momenti di maggior confusione drammatica.
Si tratta di un’opera di sforzo collettivo, titanica sia per l’importanza che per la fatica che, di certo, i bravissimi attori avvertono nel rappresentarla; come non ricordare la magistrale Laura Marinoni nel ruolo di Blanche, la coraggiosa Elisabetta Valgoi in quello di Stella, ed il famoso, giovane ed, ormai, esperto Vinicio Marchioni in quello del polacco Stanley, che arde di seguire il sogno americano ma, allo stesso tempo, cela la sua vera natura animalesca, quella natura che lo avvicina, da subito, alla decaduta Blanche.
Quando al secondo atto si ha la percezione che la voce narrante a tratti può essere interpretata come la coscienza o come auto sostegno o, ancora, come appoggio morale, si capisce che qualcosa sta per essere illuminata con chiarezza. Anche gli effetti di luce posseggono un compito particolare, quando il racconto della vita dei personaggi è basato su bugie, la scena è piena di luce, quando, invece, ci si avvicina sempre più alla verità, sul palco calano le tenebre.
Scene che diventano concerto, con la splendida colonna sonora che accompagna i protagonisti, i quali, volentieri raccolgono i microfoni e si cimentano in movenze punk-rock; scene in cui, lo stesso medico/narratore non riesce più a trovare il segno sul quadernetto di appunti. La pazzia di Blanche si concretizza, alla fine, in quel morboso desiderio che ha lei di Stanley e Stanley di lei. Mentre una chiara metafora di gioia fuoriesce dal pancione di Stella sotto forma di coriandoli al momento della nascita.
Il lavoro realizzato scavando nel mondo interiore di Blanche e di molte altre donne, e uomini, del nostro secolo, trasporta la platea nel luogo in cui la protagonista ricorda l’ultimo periodo della sua vita: il manicomio.
Paolo Licciardello
Un tram che si chiama desiderio
di Tennessee Williams
traduzione Masolino D’amico
regia Antonio Latella
personaggi ed interpreti
Blanche: Laura Marinoni
Stanley: Vinicio Marchioni
Stella: Elisabetta Valgoi
Mitch: Giuseppe Lanino
Infermiere: Annibale Pavone
Dottore: Rosario Tedesco







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