La nostra testata giornalistica e la nostra radio si sono spesso occupate di forti tematiche riguardanti la figura della donna in tutti i suoi aspetti. La nostra partecipazione all’incontro “Donne in campo. Parole, immagini, vite di donne” promosso dal teatro stabile di Catania e da Snoq Catania, comitato provinciale dell’associazione “Se non ora quando”, per la tutela della donna, dei suoi diritti e della sua dignità, che si incastonano perfettamente con la tematica abbracciata dallo Stabile di Catania per la stagione 2011-2012 “Donne, l’altra metà del cielo”, ci permette di proseguire nel difficoltoso tentativo di risveglio totale delle coscienze.
Quello di martedi pomeriggio al teatro Musco di Catania è stato soltanto uno di una lunga serie di incontri che proseguiranno fino al mese di maggio. Anche se la tematica ha attratto un pubblico per la maggior parte femminile è bene ricordare che questi avvenimenti sono rivolti ad entrambi i sessi; toccare gli animi, ragionare a lungo su argomenti di fondamentale importanza per una civiltà che si definisce tale non può prescindere dall’avere come interlocutori uomini e donne non a confronto ma uniti.
La prima parte del pomeriggio ha visto la lettura, da parte degli attori ospiti Magda Mercatali, Anna Malvica e Vincenzo Pirrotta, degli atti giudiziari e di interviste di due famosi casi avvenuti nella nostra città. Di seguito hanno preso la parola il vicequestore aggiunto della Polizia di Stato Adriana Muliere, il teologo Don Pino Ruggeri, Marisa Distefano e Noemi Saggioli per l’associazione Snoq. Coordinatore degli interventi è stato il docente universitario di Pedagogia generale nonché regista Ezio Donato.
Durante l’ascolto il ritmo dei battiti della platea è aumentato a dismisura a causa della schiettezza, e della violenza dei fatti raccontati. Non si tralasciava di descrivere gli atteggiamenti degli imputati, i loro stati d’animo di donne ormai “libere”, costituiti da movimenti improvvisi e scoordinati o frasi senza senso. Due casi agghiaccianti di assassinio di due uomini all’apparenza normali ma che, dentro, celavano qualcosa che non è definibile nemmeno come animalesco. Storie di madri e di figlie violate, violentate e annientate i cui cambiamenti, nella vita di tutti i giorni, si notavano ma senza essere recepiti per ciò che, disgraziatamente, erano, addebitandoli ad altri fatti. Casi di coscienze che non vengono ascoltate. Riportiamo, a tal proposito, i fatti narrati dalla signora (ahimè omicida) Morino Santa, 58 anni, 23 dei quali passati tra matrimonio e violenze. Si definisce triste dalla nascita e vedova perché dopo essersi sposata all’età di 18 anni perde il suo primo marito. Rimasta da sola con 4 figli in una realtà in cui lavoro ed alloggio per una donna, una madre con una tale prole al seguito, non ci sono o non si vogliono dare. Riesce comunque a prendere la quinta elementare, a trovare lavoro come bidella a Nicosia; qualcuno fece domanda a sua insaputa per mandare i suoi figli maggiori in collegio, lei acconsentì perché non aveva altro modo per far sopravvivere la sua famiglia. Convinta dalla sorella, sposa il cognato di quest’ultima senza nemmeno conoscerlo, la vita da sola è troppo più difficile le dicevano …! Da quel momento iniziarono gli episodi di pestaggio che ella non poteva nemmeno denunciare perché minacciata di morte dal marito. Il denaro andava tutto nelle tasche dell’uomo che diventava sempre più possessivo, geloso, violento, che sputava nel piatto della moglie, la chiamava schiava e quasi non le permetteva di respirare. Sembrano aggettivi di uso comune, ma qui prendono un accezione estrema difficile da concepire. Ecco pure Le minacce incessanti che descrivevano le modalità con le quali l’avrebbe uccisa: a pezzettini, a legnate partendo dalle gambe ecc … La Morino in realtà afferma di aver pensato prima ad uccidersi con le sue stesse mani perché si sentiva prigioniera in casa sua, in quella casa comperata per i suoi 4 figli. Per tale motivo non accettava di essere accusata di omicidio premeditato. È stata una decisione presa in un attimo, dopo aver chiesto ancora una volta consiglio al cuore di Gesù sul da farsi, dopo aver avvertito che quel giorno qualcosa di grave sarebbe accaduto, dopo aver sentito le parole del marito che andava a riposarsi per avere, più tardi, le forze affinché potesse usare ancora violenza contro la figlia, dopo aver avvertito una improvvisa “caluria” in corpo, solo a quel punto decise di versargli addosso l’olio bollente ed, in un secondo momento, quando vide che il marito non aveva la forza di reagire, ad intervalli ripetuti, lo percuoteva con botte e colpi di accetta, quella stessa accetta che lui aveva comprato per minacciarla. Si sfogò fino alla fine su quel corpo per tutte le malefatte ricevute. Si è trattata di una liberazione. Alla domanda ”come si sente oggi”? Lei risponde “meglio, tranquilla, serena”. Non è stata abbandonata dai figli, colpevoli, anche loro in parte, di non essersi accorti di ciò che accadeva nella loro casa materna. Dopo aver commesso il delitto lei si sentiva come uscita dall’inferno ed in attesa in purgatorio da persona libera e cosciente di meritarsi una penitenza.
Le parole del vicequestore ci riportano ad un presente, fatto di storie non molto diverse da quelle appena raccontate, in cui non si fa distinzione di ceto sociale o di colore. Adriana Muliere fa notare che spesso sono le famiglie che affossano le persone vittime di violenze, le quali, anche se decidono di denunciare i fatti, vengono abbandonate dai figli con banali scuse del tipo: “lo hai sopportato per 25 anni ed ora lo vuoi rovinare? Poverino”! O ancora sottolinea le colpe di certe donne che fanno finta di non accorgersi delle violenze sui figli, di donne che coprono le colpe del proprio uomo per non rimanere sole o per evitare la vergogna che patirebbero nel diffondere la notizia. Si puntualizza anche il fatto che siano altre donne, spesso, a scoraggiare le amiche o le conoscenti invece di aiutarle ad uscire dall’incubo che stanno vivendo. Sembrano dati strani, ma sono del tutto veritieri. La Muliere incoraggia tutte le donne, tutte le vittime, a non cadere sotto le minacce, lottando senza scrupoli e togliendo da subito quel potere delle minacce che è si agghiacciante ma che è per certi versi banale.
Dal canto suo, il teologo Don Pino Ruggeri afferma che sia la considerazione religiosa che l’aspetto giuridico su chi sia il colpevole e chi ha commesso il reato, o se gli atti delle omicide siano giusti o sbagliati, restituiscono in ogni caso un risultato inadeguato. Il male del mondo che avvelena la società da origine al meccanismo vittimario in cui si cerca un capo espiatorio sul quale riversare anche le colpe di cui non si è macchiato.
Gli interventi si spostano, in un secondo momento, su un altro piano, ovvero: quando si è passati ad avere uno stato civile in cui non ci si fa giustizia da soli? Marisa Distefano e Noemi Saggioli riconducono tutto ai miti dell’antica Grecia, partendo dal diritto materno fondato sul concetto di genos e del “sangue del tuo sangue” su cui, spesso, si basano gli omicidi in questione. Clitennestra rivendica l’uccisione del marito Agamennone di Eschilo, il quale ha immolato sua figlia per ottenere il favore dei venti durante la spedizione a Troia. In questo contesto la regina ha anche gli altri figli contro e sappiamo che Oreste la ucciderà proprio per vendicare il padre. Nelle Eumenidi, infatti, durante il processo per matricidio, Oreste si trova nella situazione opposta alla madre. Egli si riconosce nel sangue del padre (come secondo le convenzioni della scienza antica) mentre le moire che lo attaccano lo incolpano di non considerare l’importanza della madre che lo nutrì. Si evince da questa controversia come dal femminile visto come il divino creatore di vita si sia passati al femminile inteso come semplice contenitore. Il principio attivo che è, dunque, totalmente contenuto nella figura del padre, stravolge il diritto femminile, da Aristotele in poi, ripercuotendosi fino ai nostri giorni. Le Eurinni, insomma, non potevano punire l’omicidio di Clitennestra ma non potevano controbattere ad Oreste che così sconfisse le antiche moire col sostegno di Apollo. Siamo davanti la nascita di un capovolgimento giuridico e con Clitennestra soccombe il diritto femminile.
Trasponendo ad oggi bisogna ragionare sull’accezione più profonda del nostro corpo e su cosa significa offendere il corpo. È il bene più prezioso che ci ricollega alla realtà esterna, un’unità “biopsichica” con la quale percepiamo. Lo stupro, la violenza sul corpo non può che essere inteso come un attacco mortale.
Paolo Licciardello







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