LA FECONDAZIONE ETEREOLOGA: UNA POSSIBILITA’ NON DEFINITIVAMENTE NEGATA PER GLI ITALIANI.


Era il 1998, quando la Commissione Affari sociali approvò l’emendamento contro la fecondazione eterologa. Ed il 29 maggio 1999, la Camera dei deputati, confermò la scelta, che come un macigno ha segnato le vite di molte persone.

22 Maggio 2012: finalmente torna all’attenzione della Corte Costituzionale il divieto della fecondazione eterologa, necessaria quando uno dei due aspiranti genitori è sterile.

In Italia i medici che la praticano sono punibili con una multa dai 300 mila ai 600 mila euro, con l’aggravante che se la coppia è omosessuale o la donna è single si è prevista anche la sospensione da uno a tre anni dall’esercizio della professione.

Già nel 2009, la legge aveva comunque subito dei correttivi, quando la stessa Corte reintegrò il principio costituzionale della equità e della ragionevolezza: “nessuna norma può obbligare il medico a curare allo stesso modo donne diverse”. Fu cancellato così l’obbligo di trasferire tutti gli embrioni in un unico impianto ed il divieto di congelarli per ripetere a distanza di tempo e al momento opportuno i transfer, magari per avere anche più di un figlio senza dover ricominciare dal principio un infernale percorso di attese e illusioni.

La Consulta ha, nella recente seduta, discusso le tre ordinanze di rinvio dei tribunali civili di Milano, Firenze e Catania: quella emanata il 6 settembre 2010 al Tribunale di Firenze, con cui per la prima volta in Italia un giudice ordinario ha ritenuto costituzionalmente illegittimo il divieto di procreazione eterologa per una coppia in cui l’uomo soffre di mancanza di spermatozoi causata da terapie fatte in adolescenza; quella del Tribunale di Catania del 21 ottobre 2010, riguardante il caso di una coppia in cui la donna ha problemi di fertilità per una menopausa precoce; e quella del 2 febbraio 2011 del Tribunale di Milano, legata a una coppia in cui l’uomo è affetto da infertilità totale e irreversibile.

La Corte Costituzionale ha, però, rimesso gli atti ai giudici rimettenti per valutare la questione alla luce della sopravvenuta sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo del 3 novembre 2011 (S.H. e altri contro Austria), sulla stessa tematica.

La Camera di Strasburgo ha, infatti, con la citata pronuncia, legittimato di fatto il no al ricorso alla donazione di ovuli e sperma in vitro per avere un figlio stabilito da un Tribunale austriaco, giudicando legittimo il divieto della fecondazione eterologa nei paesi comunitari, e lasciando quindi gli Stati liberi di decidere sul da farsi.

La sentenza si riferiva al ricorso di due coppie austriache sterili contro il divieto, stabilito dalla legge austriaca, di ricorrere a tecniche di fecondazione eterologa.

Il “discusso” divieto, secondo i giudici europei, non violerebbe in effetti “l’articolo 8 (diritto al rispetto della vita privata e familiare) della Convenzione dei diritti dell’uomo”. 

La decisione della Nostra Consulta non boccia, comunque, totalmente la questione di incostituzionalità. La Corte, semplicemente, ritiene che la legge non violi il principio di non discriminazione, lasciando aperta una breccia, ossia la possibilità  di rimettere la questione in base ad altri possibili conflitti con i principi costituzionali.

I giudici dovranno perciò rivalutare la questione e decidere se riproporre il giudizio di costituzionalità alla Consulta, o invece valutare se, alla luce della sentenza europea, l’incostituzionalità non esista più.

Gli avvocati delle coppie che avevano sollevato/risollevato la questione hanno, in effetti, già annunciato la possibilità di un ricorso per la violazione del diritto all’uguaglianza sancito dalla Costituzione italiana. 
Un breve notazione, alquanto necessaria, va fatta: l’abolizione del divieto non comporterebbe la “caduta” dell’intera legge sulla fecondazione, interessando solo una realtà attualissima nel Nostro Paese. In poche parole si consentirebbe alle coppie sterili italiane, oltre 4mila l’anno scorso, di ricorrere alla fecondazione eterologa in patria, senza dover andare all’estero.

Come negare che dietro ogni legge, ci siano scelte economiche, politiche, sociali e culturali non irrilevanti anzi, diciamolo chiaramente, molto determinanti per la vita di un cittadino.

Non solo come “Cittadina Italiana”, ma soprattutto come donna e come possibile/futura madre, ho quindi il Diritto/Dovere, quasi un obbligo morale verso la persona che sarò, di chiedermi cosa farei, cosa sarei pronta a fare, se rientrassi, in quella enorme percentuale, che vede chiudersi la possibilità della scelta di avere un figlio.

Angela Scalisi 

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