L’amore di una madre non conosce limiti. E il desiderio di maternità di una donna difficilmente riesce a fare i conti con le politiche familiari restrittive. La storia di Feng Jianmei ne è un chiaro esempio.
Feng Jianmei è una ragazza cinese di 23 anni, madre di un bambino, rimasta incinta per la seconda, violando così la “politica del figlio unico” che vige in Cina dal lontano 1979. Ma è una politica che non lascia scampo e non ammette deroghe. La legge prevede che il concepimento di un secondogenito possa avvenire solo dietro il pagamento di una multa equivalente a quasi 5mila euro. Le autorità per il controllo delle nascite sono arrivate in casa della ragazza per riscuotere il “prezzo” del suo secondo figlio. Feng, però, non può pagare : la suocera è malata di cancro e quei soldi servono per le sue cure. E a questo punto che scatta il dramma. Secondo il racconto della ragazza, 20 ufficiali irrompono in casa sua e l’arrestano. Tre funzionari più zelanti la picchiano e la trascinano con la forza in ospedale, costringendola, tramite l’iniezione endovena di un agente chimico, a interrompere la gravidanza, giunta ormai allo stato avanzato del settimo mese. Due giorni dopo il feto è stato espulso.
Il caso di Feng Jianmei non è un episodio isolato. A differenza di molti altri casi simili, però, quello di questa giovane ventitreenne è stato raccolto dall’opinione pubblica e da una parte dei media, grazie anche alle foto che sono presto iniziate a circolare sul web che ritraggono la ragazza sdraiata in un letto con il feto insanguinato accanto. Le autorità hanno dovuto fare i conti pubblicamente con l’accaduto e un esponente del partito è andato a trovare la ragazza e il marito in ospedale, chiedendo scusa per l’accaduto e assicurando che i tre funzionari colpevoli dell’episodio sono stati rimossi dai loro incarichi.
Dal 2001 la Cina ha messo fuori legge gli aborti praticati a fine gravidanza. Ma questo non ha impedito il verificarsi di eventi consimili alla storia di Feng. Già nel 2008 fece altrettanto scalpore il caso di Jin Yani, una donna costretta ad abortire addirittura al nono mese di gravidanza, nonostante per lei si trattasse del primo figlio. Eppure questo non le ha impedito di essere vittima della rigida pianificazione demografica del paese perché, secondo le disposizioni vigenti in materia di “pianificazione familiare”, la donna non aveva fatto richiesta del permesso di nascita governativo.
La legge cinese è rinomata per essere estremamente vincolante e saldamente presente all’interno della società, e la “politica del figlio unico”, ne è un caso emblematico: inaugurata nel 1979 da Deng Xiaoping, quando il paese contava un quarto della popolazione mondiale, la politica prevede che alla maggior parte dei genitori cinesi sia proibito avere più di un figlio, allo scopo di bilanciare l’esplosione demografica del paese cominciatasi a registrare dagli anni Sessanta. Quella del figlio unico rappresenta la principale politica di controllo del tasso di natalità, parte integrante di quello che in Cina è detto programma di “pianificazione familiare”: per sposarsi e fare un figlio, infatti, è obbligatorio dotarsi di una licenza emessa dallo Stato, in assenza della quale si rischia di dover pagare multe costose, o peggio, ed è quello che accade spesso, si finisce vittime dell’aborto coatto. Secondo i dati di diverse ong, di un rapporto del 2009 del Dipartimento di Stato americano e in base alle testimonianze di molto cittadini cinesi, le repressioni della Commissione di pianificazione familiare causano ogni anno migliaia di aborti e sterilizzazioni. Pechino, da parte sua, aveva dichiarato nel 2008 che i controlli sulle nascite sarebbero continuati ancora per un altro decennio almeno; ma due anni dopo ha corretto il tiro dichiarando che molto cittadini non erano più toccati dalla pianificazione, prevedendone la conclusione per il 2015. Nel marzo dello scorso anno, inoltre, il governo aveva dato incoraggianti segnali di aperture nei confronti di una ipotetica “politica dei due figli”, ma ad oggi tali positivi sbocchi restano un miraggio.
Aurora Circià







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