Al piattello 92, finalmente, Jessica Rossi ha sbagliato un colpo. Ne aveva centrati 91 su 91, ne avrebbe poi sbriciolati altri 8. Gli ultimi di una gara mai vista, nel tiro a volo. Che, per fortuna, non è stata perfetta. Avesse vinto l’oro alla sua prima Olimpiade con 100 su 100, come avrebbe fatto una ragazza di 20 anni, ancora in età juniores, a trovare gli stimoli per migliorarsi, per continuare una carriera appena iniziata e già nella storia? Ce lo siamo chiesto in molti, assistendo al monologo dell’azzurra, regina del trap con 4 tiri di anticipo. Lei, confessa, non s’è mai posta il problema. «Io sono quattro anni che non lascio nulla al caso per venire a vincere qui. Mi sono anche trasferita per potermi allenare meglio. Quell’errore, onestamente, devo ancora capirlo. Fare 100 non sarebbe stato un problema. Tirare non mi stufa mai: quando hai vinto tutto puoi semplicemente cominciare a rivincere di nuovo le stesse cose».
Lo dice con naturalezza, come se fosse facile. Per lei lo è, in effetti. È diventata campionessa mondiale ed europea a 17 anni. Andava a scuola «ma con Ragioneria non c’entravo niente, facevo due cose male e così ho scelto di farne una sola bene». Ovvero: «Ho deciso di lasciare i libri e di vincere le uniche due gare importanti che mi mancavano». Proprio così: «Ho deciso di vincerle». Il bello è che le ha vinte davvero, al primo tentativo. La Coppa del Mondo nel 2011 e le Olimpiadi ieri.
Un fenomeno assoluto. Una sicurezza che spaventa persino. Jessica Rossi è due persone in una. Un’agonista feroce sul campo di gara. Una sfinge. Mai un’emozione che trapeli. Lucida, spietata: lei contro quei piattelli da distruggere. Caricare, puntare, colpire. Ieri lo ha fatto 75 volte su 75 in qualificazione, 24 su 25 in una finale stravinta con +6 sulla seconda e con 5 record migliorati, tra mondiali e olimpici. Bolt è un dilettante, al confronto.
Poi, c’è la ragazza di 20 anni. Col sorriso dipinto in volto, la coda bionda, la parlata spigliata. Tenera, quasi fragile. «Sono fatta così, da sempre. Ho un fidanzato, adoro la mia famiglia e la mia terra emiliana. Piango per le vittorie degli azzurri del tiro com’è successo in tv guardando Pechino. Per gli altri mi emoziono, insomma. Per me no, invece. Mi avete vista sul podio? No, nemmeno una lacrima. Né per l’oro né per l’inno. Che ci posso fare? I miei dicono che in casa non c’è mai stato nessuno così».
I suoi vivono a Crevalcore, uno dei paesi più danneggiati dal terremoto di maggio. Ieri hanno riaperto casa per ospitare parenti e amici e vedere tutti assieme la gara di Jessica. Poi, alla fine, papà Ivan, 44 anni, una settimana fa campione italiano di fossa universale calibro 20, ha chiamato la sua piccola. Stava in zona mista, sommersa dai cronisti. Ha risposto al telefono, ha parlato con mamma Monica detta Minchi e col sindaco, ma niente da fare: anche lì zero lacrime, nessuna commozione. La banalità dell’oro olimpico. Le si sono accesi gli occhi sono quando ha chiesto di Cocco, il suo coniglio di 7 anni. La verità, spiazzante per noi comuni mortali, è che Jessica Rossi sapeva perfettamente che avrebbe vinto. «Da quando sono a Londra mi sono sempre addormentata come se avessi la medaglia al collo. Questa gara me la sono immaginata così un sacco di volte. È come se l’avessi già vissuta».
È filato tutto come aveva pianificato a Ponso, in un poligono attrezzato per riprodurre il più fedelmente possibile le condizioni di gara londinesi. Jessica s’è spostata nel Padovano col fidanzato Mauro De Filippis, 32 anni, tarantino, anche lui tiratore delle Fiamme Oro. E nell’ultimo anno s’è fatta aiutar dal mental coach Roberto Re. «Sono arrivata pronta, tranquillissima». Al punto che, tra qualificazione e finale, s’è fatta 20’ di pisolo. In tribuna, invece, già s’agitavano il fidanzato e i fedelissimi di Ponso con le felpe blu dedicate a lei. E, in prima fila, incrociavano le dita Petrucci e Pagnozzi. Il presidente del Coni lo dava per certo da giorni questo oro. «Questa fiducia mi ha fatto molto piacere. Sono contentissima di averglielo regalato davvero». Ma la dedica vera di una medaglia «che adesso blinderò» è per la sua gente: «È per la mia Emilia che, come me, tiene botta e non deve mollare mai». Mica facile, adesso, neanche per Jessica, con tutte queste attenzioni improvvise. «La popolarità un po’ mi spaventa – confessa – ma saprò gestire anche questo momento. La vita non cambia: guardo la gara degli uomini, torno in Italia, faccio due-tre giorni di vacanza e mi preparo per gli Assoluti di inizio settembre». Mai sazia. O semplicemente, troppo appassionata.
Chiara Vittorio.







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