Murray oro nel tennis.


Doveva essere l’Olimpiade di Roger Federer, alla ricerca dell’oro a tutti i costi dopo aver mal figurato ad Atene e Pechino perdendo rispettivamente da Berdych e Blake. Lo svizzero si era prefissato tre obiettivi all’inizio di questa stagione: vincere le Olimpiadi, ottenere il settimo sigillo sull’erba inglese e tornare ad essere il numero uno del mondo. In due casi ci è riuscito grazie alla grande determinazione e alla voglia, oltre che al talento. Non dimentichiamoci che lo scorso anno, in questo periodo, in molti parlavano di un Federer sulla via del tramonto. Un argento olimpico è un grande risultato e Roger questo lo sa e se ne è reso conto poco dopo la chiusura della premiazione.

Essere campioni significa anche riconoscere i meriti degli avversari, quando questi si dimostrano più forti. E Murray è stato nettamente superiore in tutto: tatticamente, fisicamente e mentalmente. Può avere inciso, in parte, lo sforzo effettuato in semifinale dallo svizzero che ha dato vita, assieme a Del Potro, ad una delle partite più spettacolari e intense del 2012. Prima o dopo però, sarebbe dovuto arrivare il momento dello scozzese e quale occasione migliore di un’Olimpiade in casa, sull’erba di Wimbledon e in finale contro una leggenda, colui che lo aveva sconfitto sullo stesso campo poche settimane prima.

Una vera rivincita nello sport per uno che ha dovuto affrontare fantasmi ben più importanti nella vita in quel maledetto 13 marzo 1996 quando scampò per un soffio alla mano omicida di Thomas Hamilton che decise di scaricare le sue 743 cartucce su 16 bambini e un maestro, nella palestra della scuola di Dunblane, proprio quella che Andy frequentava. Ieri Murray ha dato una decisa spinta al passato, la stessa che ricorda di aver ricevuto quel giorno da un ‘angelo’ che lo fece entrare in una classe regalandogli la salvezza.

E’ un cerchio che si chiude, un percorso che trova compimento ora, probabilmente nel momento della maturità dell’uomo ‘Murray’ che  ha dimostrato di essere tranquillo, senza mai lasciare spazio al nervosismo, a gesti di isterismo che tante volte gli abbiamo visto fare. La vicinanza di uno come Ivan Lendl gli è servita molto. Il ceco, uomo di poche parole, ha portato il 25enne numero 4 al mondo ad essere più consapevole delle proprie capacità e più continuo. Ora che un passo importante è stato fatto, ci si aspetta molto da lui allo US Open, torneo che lo ha visto protagonista nel 2008 quando in finale perse proprio da Federer. Con un Del Potro ritrovato, un Murray in cerca di conferme, un Federer voglioso di riscattare questa sconfitta e l’incognita Nadal (ancora alle prese con i problemi al ginocchio), a Flushing Meadows i fuochi d’artificio sono garantiti.

Chiara Vittorio.

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