Dal primo aereo a reazione che superò la velocità Mach 1 al promettente X-51 A che tenta di raggiungere e mantenere in volo la strabiliante velocità Mach 7, entrambi dell’aviazione statunitense, sono passati più di sessantacinque anni impregnati di quel desiderio di superare i limiti umani e tecnologici che spinge al miglioramento. Dal mitico aeroporto della base sperimentale Edwards è decollato, alla vigilia di ferragosto, un B52 (bombardiere) col compito di trasportare sotto la sua ala protettrice il nuovo velivolo supersonico privo di pilota (ha ancora le sembianze di un razzo) X-51 A la cui missione era quella di mantenere Mach 7, 8.575 km/h per 300 secondi. Il prototipo Waverider è spinto dal dal futuristico motore scramjet. L’intento, se l’esperimento fosse riuscito, era quello di produrre inizialmente nuovi missili o caccia militari ed in un secondo momento velivoli di linea con passeggeri dalla stupefacente capacità di collegare Londra e New York in appena quarantasei minuti; si comprende, dunque, quanto il pentagono spinga perché i test riportino dati incoraggianti. Il programma prevedeva il raggiungimento di un’altitudine adeguata al test ed il successivo distacco del razzo dal bombardiere. Inizialmente un motore a reazione avrebbe dovuto portare il velivolo a quattro volte la velocità del suono e solo in quel momento si avrebbe assistito all’attivazione dello scramjet alimentato prima con etilene e e dopo col combustibile JP-7 (col quale si alimentava il famoso blackbird). Il nuovo motore non ha parti rotative in movimento ma è caratterizzato da una specifica forma dove avviene la combustione al raggiungimento dei cinquemila km/h. Le prove effettuate nel 2010 facevano ben sperare ma i successivi esperimenti hanno preceduto altrettanti fallimenti come quello dello scorso 2011 quando il combustibile non ha raggiunto il propulsore vero e proprio o quello dell’estate scorsa durante il quale, il prototipo Falcon precipitò in mare. Questa volta il responsabile delle operazioni Robert A. Mercier, dell’Air Force Reserch Laboratory, si era mostrato sicuro che il team avesse imparato dai propri errori e che avesse risolto i problemi. Purtroppo, malgrado i due miliardi di dollari spesi in questi dieci anni divisi in sei programmi che mettono in cooperazione l’agenzia di ricerca della Difesa americana Darpa, la NASA, la Boeing e la Pratt &Whitney Rocketdyne, anche questo test ha avuto un triste epilogo con un flop nell’oceano. Il quarto test di questa prima fase di sperimentazione non è giunto nemmeno all’attivazione dello scramjet perché il guasto verificatosi ad una aletta del velivolo ha subito condizionato il volo, in totale durato 16 secondi. Il propulsore, però, non ha mostrato problemi di alcun tipo fino al momento del guasto che comunque non riguardava il sistema di propulsione. La fiducia quindi é ancora elevata, non si hanno date certe sui prossimi test, ma tutto fa credere che il salto generazionale dei propulsori é davvero vicino.
Paolo Licciardello






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