La libertà di stampa nel mondo


 

Dopo mezzo secolo anche la Birmania ha deciso di abolire la censura preventiva su tutti i mass media. Da oggi, i giornalisti birmani non dovranno più passare i loro articoli al vaglio del famigerato Press Scrutiny and Registration Departement, prima della pubblicazone.

La legislazione sulla censura, introdotta nel 1962 dalla giunta golpista guidata dal generale U Ni Win, era stata progressivamente allentata già dall’estate scorsa. Se una volta era necessaria un’autorizzazione anche per libri e canzoni, nell’ultimo anno l’obbligo è rimasto in vigore solo per le riviste a sfondo politico e religioso. Una riforma molto significativa introdotta dal governo dell’ex generale Thein Sein, vincitore delle ultime elezioni, che ha tolto le restrizioni a più di 30mila website e sono nate nell’arco di quest’anno 300 nuove pubblicazioni.

La strada verso una completa libertà di espressione è ancora molto lunga; nella classifica annuale stilata da Reporter sans Frontieres, la Birmania si colloca al 169°posto.

Ma come si presenta la situazione della libertà di stampa nel mondo? Le prime tre posizioni della classifica sono occupate, ormai da anni, da Finlandia, Norvegia e Paesi Bassi, che fanno della libertà d’espressione un pilastro della loro democrazia. Il 2011 è stato un anno caratterizzato dalla cosiddetta “primavera araba”, che finora ha sortito esiti politici contrastanti. Se la Tunisia (134° posto) è salita di 30 posizioni in classifica, dando vita a un regime democratico, che non ha ancora pienamente accettato la presenza di una stampa libera e indipendente. L’Egitto (166°), che invece è sceso di 39 posizioni, perché il Consiglio Supremo delle Forze Armate (CSFA), al potere dallo scorso febbraio, ha vanificato le speranze dei democratici portando avanti le stesse condotte della dittatura di Mubarak. Altri due casi di notevole importanza per la libertà di stampa nel mondo riguardano: la Nigeria (29°) che in un solo anno ha raggiunto la più grande crescita in classifica, salendo di 75 posizioni, grazie a una transizione politica di successo; e Capo Verde (9°), paese più alto in classifica fra quelli non europei, che è riuscito a entrare nella top 10, come  modello di democrazia  e buona governance.

L’Europa nonostante la crisi economica si conferma la roccaforte della libertà di stampa, con le uniche eccezioni di Bielorussia (168°), che ha perso 14 posizioni a causa proteste dopo la rielezione del Presidente Lukashenko e   la Turchia (148°) scesa di 10 posizioni per un’ondata di arresti contro i giornalisti, di una portata tale che non si vedeva dall’epoca della dittatura militare. Passi indietro sono stati fatti anche dal nostro paese che precipita dal 50° al 61° posto.

L’onda contestataria mondiale del 2011 ha attraversato anche il Nuovo Mondo, facendo scendere di 27 punti gli Stati Uniti (47°) ed di 47 punti il Cile (80°), paesi dove i giornalisti hanno pagato il loro prezzo la repressione dei movimenti di protesta con arresti e violenze fisiche. Situazione simile nell’America del Sud, dove Brasile (99°) ha perso 41 posizioni ed il Paraguay (80°) meno 26; la corruzione locale, le attività del crimine organizzato o gli attacchi all’ambiente naturale sono considerati argomenti pericolosi sia per i giornalisti che per i bloggers.

La violenza e la censura sono invece in crescita nel continente asiatico. Con ben 10 morti nel 2011, il Pakistan si conferma per il secondo anno consecutivo come il Paese con il maggior numero di giornalisti uccisi, e la Cina (174°), che ha il più alto numero mondiale di giornalisti, bloggers e cyber-dissidenti in carcere e ha intensificato la censura su internet.

Chiude la classifica l’Eritrea (179°), che per il settimo anno consecutivo si conferma il paese dove la libertà di stampa è solo un’utopia.

 

Maria Chiara Coco

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