Leone d’Oro alla carriera a Francesco Rosi


Giunti finalmente alla 69° edizione del Festival del cinema di Venezia, la kermesse non poteva non aprire le danze che con un omaggio a quello che oggi può dirsi uno dei “padri” del cinema italiano. Il 31 agosto durante la serata in occasione della proiezione della copia restaurata de Il Caso Mattei (1972) è stato consegnato il Leone d’Oro alla carriera a Francesco Rosi, regista e sceneggiatore napoletano,che compirà novant’anni il prossimo novembre. Onorando quel che resta dell’ormai lontano periodo d’oro del cinema nazionale, il riconoscimento viene attribuito su proposta del direttore della Biennale Alberto Barbera: << Rosi ha lasciato un segno indelebile nella storia del cinema italiano del dopoguerra. La sua opera ha influenzato generazioni di cineasti in tutto il mondo per il metodo, lo stile, il rigore morale e la capacità di fare spettacolo su temi sociali di stringente attualità>>. E lo stesso Rosi nel ricevere la famigerata statuetta sulle rosse passerelle del Lido di Venezia porta con se molto di più: quello che oggi con un velo di nostalgia diremmo “un cinema che non c’è più”, insieme ovviamente a tanta storia, tanti grandi nomi e soprattutto tante indimenticabili pellicole. 
In un contesto di ricca produzione di film di contestazione sociale o politica del decennio, Francesco Rosi spicca per la sua innegabile originalità. Un’originalità che tecnicamente la si può principalmente riscontrare sulla pluridimensionalità del tempo filmico. E’ stato uno dei pochi registi a lavorare su questo aspetto: nei suoi film il tempo del racconto non è mai lineare ma si compone di temporalità differenti, in coesistenza dialettica tra loro, riflettendo così sul piano stilistico la difficoltà della ricerca di verità storiche e sociali, le tematiche chiave del suo cinema. In antitesi costante e allo stesso tempo amalgamabili tra di loro, verità storica e verità sociale possono considerarsi due colonne portanti del cinema di Rosi, che tuttavia portano (anche lo spettatore) ad una confusione e sovrapposizione di piani tra la fedele riproduzione di documenti (storia) e la ricostruzione narrativa dei fatti (sociale). Altro non è che “cinema d’inchiesta”, il fortunato filone del cinema civile italiano inaugurato dallo stesso regista, per cui uno dei massimi esempi può essere considerato il capolavoro “Salvatore Giuliano”. Qui l’inchiesta sospesa tra passato e presente, pur attenendosi esclusivamente alla verità processuale (ecco il perchè di tante incongruenze e di tanti lati oscuri alla vicenda), è incentrata sul bandito Salvatore Giuliano e sulla strage di Portella delle Ginestre. L’approccio del film è quello realistico, grazie anche all’utilizzo delle tecniche del cinema documentario, ma allo stesso tempo si tratta di un realismo critico che cioè passa attraverso una serie di domande che l’autore pone allo spettatore attivo. Ma il genio di Rosi è forse quello che si cela dietro il ciak. E’ la ricerca stessa della verità, nella ricostruzione fittizia di un evento così tragico ormai passato ma non ancora superato dalle generazioni che sono, a cinquant’anni di distanza, attori e comparse nel film, a generare quella drammaticità cosi tangibile e per l’appunto così vera.
Attenersi alla verità è quindi per Francesco Rosi non solo una scelta estetica bensì una scelta etica, poichè i suoi film tentano di costruire la realtà, attraverso il coinvolgimento di persone reali (persone non personaggi/attori) , luoghi reali (e non set), situazioni riprodotte per testimonianze dirette. In Rosi c’è l’orgoglio di aver colto un’emozione nel suo nascere e nel suo viversi diretto. Ogni suo film è una “finzione emotivamente vera”.
Oggi, in nome di tutto questo e molto altro ancora, non ci resta togliersi il cappello di fronte a questo suo ennesimo piccolo trionfo su un tappeto rosso.
 
Eleonora Mirabile

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