SACCHETTI DI PLASTICA: L’U.E. RICHIAMA L’ITALIA.


 

 

 

La direttiva europea n. 13432 sui “Requisiti per imballaggi recuperabili mediante compostaggio e biodegradazione – Schema di prova e criteri di valutazione per l’accettazione finale degli imballaggi”, entrata in vigore il primo gennaio 2010, vietava a partire dal primo gennaio 2010 la produzione e la commercializzazione di sacchetti non biodegradabili, per intenderci i nostri cari e vecchi sacchetti di plastica.

Questa norma, nata per garantire i requisiti stabiliti dalla direttiva 94/62/CE e successiva modifica 2004/12/CE, determina ciò che può essere definito “compostabile”, ovvero biodegradabile e disintegrabile in tempi brevi se posto in un ambiente anaerobico.

“Per una volta” l’Italia, aveva preso la faccenda sul serio, e già con la Finanziaria 2007, l’ultima del Governo Prodi, aveva contemplato il divieto di commercializzazione dei sacchetti non biodegradabili fin dal primo gennaio 2010.

Successivamente, con il decreto Milleproroghe legato alla finanziaria 2011 ne era stato stabilito che i sacchetti non biodegradabili sarebbero stati messi al bando a partire dal primo gennaio 2011 seguendo un principio di gradualità: il 30 aprile il sistema di distribuzione avrebbe dovuto interrompere l’uso di tali sacchetti; il 31 agosto sarebbe stato il turno delle grandi strutture di vendita ed infine, il 31 dicembre, sarebbe toccato ai singoli negozi.

La Legge 28/2012, infine richiamando la legge 296/2006, la quale aveva stabilito l’entrata in vigore del divieto di commercializzazione di sacchetti “pesanti”,  aveva statuito che i sacchetti dovessero avere uno spessore di 100 micron, se destinati all’uso alimentare, e 60 micron, se destinati agli altri usi, e che il non rispetto di tali requisiti avrebbe comportato per i trasgressori, a partire dal 31 dicembre 2013, la sanzione amministrativa pecuniaria del pagamento di una somma da 2.500 euro a 25.000 euro, aumentata fino al quadruplo del massimo se la violazione del divieto avesse riguardato quantità ingenti di sacchi per l’asporto oppure un valore della merce superiore al 20 per cento del fatturato del trasgressore.

L’articolo 34, co. 19, del Decreto Sviluppo Bis, aveva addirittura previsto l’anticipo dell’entrata in vigore delle sanzioni al 31 dicembre 2012.

Peccato che l’Unione Europea abbia tacciato la nostra legislazione di essere troppo rigida.

La lettera di richiamo inviata dalla Commissione Europea all’Italia affinché fornisca chiarimenti sul bando non lascia, infatti, dubbi. Tale richiamo non sarebbe nemmeno il primo. Già nel luglio del 2011, l’Italia era stata accusata di non aver notificato alla commissione europea la messa al bando dei sacchetti non biodegradabili.

Inoltre, sarebbe stata violata la direttiva imballaggi per aver mantenuto nella legge 28/2012 il divieto alla vendita di sacchetti di plastica non biodegradabili. La direttiva in questione, infatti, specifica che gli Stati membri devono autorizzare l’immissione di questi sacchetti se rispettano i requisiti, tra i quali non è prevista la biodegradabilità.

Per quanto riguarda i sacchetti in polietilene, per esempio, ha spiegato l’Unione Europea che in nessuna delle sue direttive gli stessi vengono messi al bando.

Quindi, per l’ennesima volta, gli italiani avrebbero fatto di testa loro interpretando la norma 2004/12/CE, la quale definisce come imballaggi gli articoli progettati e destinati ad essere riempiti nel punto vendita e gli elementi usa e getta venduti, riempiti o progettati e destinati ad essere riempiti nel punto vendita, a patto che svolgano una funzione di imballaggio.

L’Italia si trova ad un bivio: convincere Bruxelles delle ragioni che hanno portato all’approvazione della Legge 28 del 2012 o tornare sui suoi passi.

Il punto chiave è evitare situazioni di pericolosi monopoli, in un  mercato come quello delle shopper in evidente espansione, ricordando che l’imposizione delle nuove norme è stata dettata dalla necessità di salvaguardare in modo efficiente l’ambiente.

Angela Scalisi

Un pensiero riguardo “SACCHETTI DI PLASTICA: L’U.E. RICHIAMA L’ITALIA.

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  1. Signora Angela Scalisi, si informi prima di scrivere corbellerie e DISINFORMARE i cittadini, Lei è il chiaro esempio di come non si debba MAI fare giornalismo.
    Ha iniziato scrivendo una falsità e tutto l’articolo sarebbe da bandire per il numero di inesattezze.
    Si vergogni del suo “lavoro”

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