Da giorni ad Istanbul migliaia di persone protestano al Gezi Parki, l’area verde più grande della città, per contrastare la decisione dell’amministrazione locale di demolire il parco per far posto a un centro commerciale. La scelta di eliminare il parco fa parte di un piano di riqualificazione dell’area intorno a piazza Taksim, una delle più importanti e famose della città turca.
Dal 28 maggio, giorno di inizio delle proteste, i manifestanti si sono autodefiniti “Occupy Gezi Parki” (dando vita all’hastag su Twitter #OccupyGezi) e, secondo fonti non ufficiali, sarebbero in più di 10mila. Negli ultimi giorni, però, il clima è diventato rovente in seguito a diversi scontri tra polizia e manifestanti che hanno causato numerosi feriti. Venerdì all’alba le forze dell’ordine, in tenuta antisommossa, hanno dato fuoco alle tende dei manifestanti che si erano accampati nel parco per scongiurare l’intervento delle ruspe. Per tentare di sgombrare il parco e permettere il proseguimento della demolizione, la polizia non ha esitato a fare uso di gas lacrimogeni e spray urticanti. È proprio questo accanimento che ha spinto addirittura Amnesty International a scendere in campo per condannare l’uso eccessivo della forza contro manifestanti pacifici.
Le proteste e gli scontri a nulla sembravano valere fino a questo momento. Il primo ministro turco, Recep Tayyip Erdoğan, infatti, non fa marcia indietro e, anzi, infiamma ancora di più il clima rivolgendosi direttamente ai manifestanti con queste parole: “Fate pure quello che volete, ma abbiamo preso la nostra decisione”.
Aurora Circià







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