Alla Nasa si ritengono ormai sicuri: una delle sonde più vecchie, inviate per l’esplorazione del sistema solare, la Voyager 1, si trova ora nello spazio interstellare. I dati raccolti permettono di affermare che la zona in cui l’influenza del Sole è ancora preponderante, con particelle e radiazioni scagliate in ogni direzione, meglio conosciuta come eliopausa, è già alle spalle. La sonda è ancora comandata dal Jpl (Jet Propulsion Laboratory) di Pasadena e proprio da questi laboratori si è potuto appurare, con un po’ di fortuna, la sua attuale posizione.
La missione originaria della Voyager 1 e della sorella gemella, la Voyager 2, lanciate verso lo studio ravvicinato dei due giganti gassosi del nostro sistema solare, Giove e Saturno, qualche tempo dopo la prima ed avvincente missione delle sonde Pioneer, fu ampliata grazie alla buone condizioni di funzionamento. Al Jpl decisero infatti di proiettare la Voyager 2 verso Urano e Nettuno mentre lanciarono la Voyager 1 verso il confine più misterioso e difficile da raggiungere, ovvero quello in cui il Sole, ormai abbastanza lontano, non riesce più a far sentire i suoi effetti. La collocazione di tale limite era del tutto sconosciuto agli scienziati.
Occorreva ad ogni modo una prova che accertasse l’avvenuto raggiungimento di tale confine. In soccorso agli scienziati è giunta, durante l’anno passato, un’eruzione solare che ha proiettato le particelle proprio in direzione della Voyager 1. Dalla misurazione di tali elementi si è evinto come lo spazio circostante la sonda presentasse caratteristiche impoverite a testimonianza della quasi inesistente influenza solare. Mai nessun oggetto di fabbricazione umana aveva raggiunto simili distanze ed il viaggio della Voyager, che perdura da ben 36 anni, non finisce qui. Essa si inoltra nel cosmo profondo con un trasmettitore di 23 Watt di potenza (una inezia); sfugge alla comprensione di molti come le enormi antenne della Nasa possano ancora riceverne il segnale indebolito miliardi di volte che impiega 17 ore per giungere fino a noi.
Paolo Licciardello








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