La storia di Caterina Simonsen, la venticinquenne di Bologna affetta da quattro malattie rare, insultata in rete dopo aver diffuso in rete un video a favore dell’uso di cavie da laboratorio, ha aperto il dibattito sulle leggi che regolamentano la sperimentazione sugli animali nel nostro paese.
In Italia, a partire dal 1992, le regole sulla sperimentazione animale sono più severe rispetto al livello comunitario, allo scopo di proteggere le cavie da procedure eccessivamente dolorose e debilitanti e condurre gli esperimenti sugli animali solo quando strettamente necessario. Il Decreto legislativo 116/92 prevede infatti che tutti i progetti di ricerca con impiego di vertebrati siano resi noti al ministero della Salute e dimostrino che per quel progetto non vi sono alternative all’uso degli animali, ma anche che le procedure sperimentali scelte saranno quelle che causano meno sofferenza possibile all’animale.
Nei test si cerca di favorire l’impiego di animali con minor sviluppo neurologico (un moscerino o un verme saranno preferibili rispetto, per esempio, a un cane o una scimmia), ed è vietato l’uso di animali randagi in laboratorio. Non si possono condurre esperimenti senza anestesia e la vivisezione, cioè la dissezione di animali vivi, non è più praticata. A questo quadro normativo si è affiancata nel novembre 2010 la direttiva europea 2010/63, frutto di lavori e dibattiti durati quasi dieci anni, che ha la funzione di guidare omogeneamente i Paesi membri verso la sostituzione completa degli animali impiegati a scopi scientifici. E che perciò promuove lo sviluppo e la convalida di metodi alternativi, come le simulazioni al computer o i test su cellule.
Maria Chiara Coco







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