Sant’Agata: tra storia e leggenda


 

Il 5 febbraio si avvicina e Catania entra in pieno clima di festa. Sant’Agata, raffigurata da sempre con il corpo slanciato, i lineamenti delicati e i capelli biondi, è una delle più illustri vergini della Chiesa.

Non esistono fonti certe riguardanti la sua vita e il martirio, nei secoli la sua biografia si è arricchita di elementi fantastici e leggendari. Oggi la festa di Sant’Aituzza è la terza manifestazione cattolica più importante del mondo dopo le celebrazioni di Siviglia e di Cuzco (Perù) in onore del Redentore.

La tradizione agiografica agatina ebbe inizio dai ricordi di coloro che piangevano sul sarcofago della giovane martire. Catania e Palermo si contendono la gloria di aver dato alla luce la bellissima donzella, nobile di nascita, nel 235 d.C..

Sin dalla tenera età Agata ricevette dai genitori Rao e Apolla una buona educazione e il valore delle virtù cristiane. Dopo la morte di questi Agata divenne padrona di immense fortune.

Quando nel 249 Gaio Messio Quinto Traiano Decio divenne imperatore romano ordinò una delle più crudeli persecuzioni dei cristiani. L’editto non precisava le sanzioni da adottare lasciando la scelta ai governatori provinciali.

A quei tempi la Sicilia era governata da Tiberio Claudio Quinziano, persona vile ed infame, avida di ricchezze, dedita ad ogni vizio. Il Proconsole risiedeva a Catania, a quel tempo la città più importante della Sicilia grazie all’attività del suo porto e agli scambi commerciali con l’Oriente. Quando venne informato della bellezza di Agata e dei suoi beni, decise di far sue le ricche fortune e la bellezza di lei. Dopo aver scoperto dove si era nascosta, la fece condurre al tribunale di Catania. La inondò di complimenti, ne lodò le virtù, ma Agata pregava Dio affinché la aiutasse a mantenere la fede. Quando la fanciulla disdegnò le offerte del governatore, questo la consegnò alla famosa prostituta Afrodisia, che avrebbe dovuto espugnare la sua pudicizia. La tentò con ogni mezzo ma Agata fu forte e Afrodisia la riconsegnò a Quinziano dicendogli che quella ragazza aveva la testa più dura della lava dell’Etna.

Quinziano, arrabbiato, disse alla fanciulla di scegliere se adorare gli dei o morire. Agata non era spaventata, sapeva che lo Spirito Santo l’avrebbe assistita. Lui si infuriò, la rinchiuse in una prigione (oggi chiesa di S. Agata al Carcere) e la fece torturare. Mentre la giovane proclamava la sua gioia di soffrire per il nome cristiano, la collera di Quinziano aumentava giorno dopo giorno. Ordinò di denudarla e torturarla, ma la fanciulla sembrava non sentisse alcun dolore. Allora ordinò di strapparle le mammelle, l’unica cosa rimasta illesa.

Durante la notte, nella buia cella, arrivò un vecchietto che portava con sé bende e medicine. La fanciulla lo ringraziò e gli disse che era nelle mani di Cristo, che senza medicine poteva guarirla. Il vecchio le si rivelò come l’apostolo Pietro e le mostrò come il suo sposo Gesù l’avesse risanata.

Quinziano, su tutte le furie, fece accendere un gran rogo e a terra fece mettere dei cocci acuti e denudare la fanciulla, lasciandole addosso solamente il suo velo bianco. Con mani e piedi legati la fece mettere nella catasta di legna e ordinò di accendere il fuoco. Il corpo della verginella venne ferito brutalmente, ma il velo rimaneva integro. Agata non mandava un gemito, il viso era sereno.

La terra iniziò a tremare, crollarono le pareti del pretorio seppellendo vivi Silvino e Falconio, familiari e consiglieri di Quinziano. Il tiranno si salvò e fece rinchiudere di nuovo Agata in prigione. La giovane capendo che stava per avvicinarsi la sua fine, nella cella del carcere, si inginocchiò e pregò. Finita la preghiera morì, all’età di circa quindici anni.

Quinziano decise di appropriarsi di tutti i suoi beni, ma presto il cielo si vendicò e mentre un giorno attraversava il fiume Simeto fu preso a morsi e a calci dai propri cavalli, finendo la sua vita in acqua.

 

Laura Ciancio

Foto: Pala sull’altare di Sant’Agata. Duomo di Milano, tela di Federico Zuccheri.

 

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