La Festa di Sant’Agata



Per più di quindici volte, dal 252 al 1886, Catania è stata salvata dalla distruzione della lava. Ed è poi stata preservata dalla distruzione nel 535 dagli Ostrogoti, dai Mori nel 1127, nel 1231 dall’ira di Federico Il, nel 1575 e nel 1743 dalla peste. Durante il Medioevo si diffuse la credenza che sant’Agata proteggesse anche contro qualsiasi altra calamità naturale e quando il velo e le reliquie della santa non riuscivano a salvare la città la colpa veniva sempre data ai devoti che l’avevano trascurata o non si erano comportati bene.

Nei giorni di festa la città dimentica ogni cosa per concentrarsi sulla santa, che attira ogni anno sino a un milione di persone, tra devoti e curiosi. Nel 2002 la Festa di sant’Agata è stata inserita dall’Unesco nella Lista dei Beni Antropologici del Patrimonio dell’Umanità al pari della stessa Catania e dei monumenti e dei beni paesaggistici delle città tardo barocche del Val di Noto.

Quattro o cinquemila persone unite dalla devozione tirano e seguono il fercolo di sant’Agata portando le sacre reliquie in giro per la città, dentro e fuori le mura. La festa oggi inizia il giorno 1 febbraio, raggiunge il massimo della solennità nei giorni 3, 4 e 5 per concludersi il 12, giorno dell’Ottava.

Giorno 1: inizio della festa

I festeggiamenti iniziano il giorno 1 febbraio con la fiera, il tradizionale appuntamento fra commercianti e consumatori della Sicilia. La fiera di sant’Agata, nel corso dei secoli, ha assunto fisionomie diverse e sembra che la sua importanza sia pian piano diminuita. 

Giorno 2

Come già avveniva nel Trecento questo giorno è dedicato all’offerta della cera a sant’Agata. Partecipano le autorità cittadine, che accompagnano il vescovo in Cattedrale per assistere alla benedizione delle candele e alla messa. La sera, alla fine della processione, a piazza Duomo si esibiscono in canti popolari i partiti o canturi, schiere di centinaia di giovani che con paziente studio sono riusciti ad imparare, ogni schiera per conto suo, il proprio inno da cantare. Si chiamano canti popolari perché sono cantati da gente del popolo in mezzo al popolo. Ogni canto mira a superare in bravura gli altri e a ottenere i maggiori applausi.

Giorno 3

Prende avvio la processione della “Luminaria” o “offerta della cera” alla quale partecipano il vescovo, le confraternite religiose, gli ecclesiastici e i rappresentanti delle corporazioni di arti e mestieri con i ceri votivi chiamati “candelore”, i rappresentanti del mondo della cultura e delle professioni e le autorità cittadine. Chiudono la processione le 11 candelore. La giornata si conclude con uno spettacolo pirotecnico che ha un grande valore simbolico: i mortaretti sparati dietro la porta del Duomo hanno un significato evocativo rivolto a sant’Agata: “Svegliati bella. Svegliati che domani mattina devi uscire”. La processione parte sempre dalla “porta di Jaci”, arriva alla chiesa di San Biagio, prosegue in discesa un tratto di via dei Cappuccini per poi immettersi nella via Etnea. La “Cchianata de’ Cappuccini” è un luogo cruciale durante i festeggiamenti in onore di sant’Agata.

Come in passato, esce la settecentesca carrozza del senato, che oggi trasporta il Sindaco e la Giunta dal Palazzo degli Elefanti alla chiesa di San Biagio. La giornata si conclude con lo spettacolo di giochi pirotecnici in piazza Duomo. I fuochi artificiali rappresentano una parte della festa molto importante a cui i cittadini non intendono rinunciare, perché oltre a esprimere la gioia dei fedeli, ricordano che la patrona, martirizzata sui carboni ardenti, vigila sempre sul fuoco dell’Etna e su tutti gli incendi. Oggi purtroppo le rappresentazioni di spettacoli teatrali, musicali e drammatici del Seicento non esistono più anche se pian piano questa tradizione tende a riemergere.

Giorno 4

Mentre la città ancora dorme, alle cinque del mattino si sentono i primi rintocchi della campana grande. Appena le grandi porte della cattedrale iniziano ad accennare un lento movimento di apertura i devoti entrano correndo nella cattedrale andando sicuri verso l’angusto spazio che blinda la santa per un anno. Dal fondo della chiesa avanza a fatica il gruppo delle autorità con il sindaco che ha l’onore di schiudere il sacello. I devoti prendono la Santa sulle spalle e la portano fuori dalla cattedrale dove la aspetta il fercolo. Da quel momento può avere inizio la processione.

I portatori della Vara, chiamati nudi, per tradizione vestono il sacco, sopraveste di lino bianchissimo che si attacca ai fianchi con un cingolo a guisa di camice.

Non appena la Vara si muove il corifeo esordisce con tono grave allungando le vocali: Semu tutti divoti tutti, a cui tutti replicano su due rapide note: Scìett, Scìett, che sta per: Cittatini, Cittatini; poi il corifeo appella con tono acuto e imperioso: Cittatini, il coro esplode: viva sant’Aita, nuovamente il corifeo: Cittatini, il coro acuto: viva sant’Aita, infine il corifeo sempre imperioso: Cittatini, in tono morente il coro chiude: viva sant’Aita.

I devoti in una prova di forza trascinano il pesantissimo fercolo aiutandosi con lunghe funi e inneggiando alla giovane martire ricordata per la sua bellezza. Il giorno 4 febbraio è consacrato alla processione delle reliquie della santa sul fercolo per un percorso detto “giro esterno”, perché un tempo avveniva fuori le mura di Catania. Un tratto affascinante della processione è quello che va dall’anfiteatro alla chiesa della Vetere. La processione non procede, ma vola, come se alla santa pesasse il soffermarsi in quei luoghi del martirio. I cittadini aiutano la santa a liberarsi dal ricordo, trascinandola in una corsa folle su per la salita dei Cappuccini. I cittadini rendono visibile la liberazione di Agata dai vincoli di questo mondo, la sua trionfale ascesa al sovrannaturale. È un momento di spettacolare tensione, migliaia di devoti che tirano di corsa il pesante fercolo per tutta la salita dei Cappuccini, fermandosi a metà per fare omaggio al Sacro Carcere. La processione in questo giorno si chiude la notte, quando il fercolo ritorna al punto di partenza, alla cattedrale in piazza Duomo.

Giorno 5

Il 5 febbraio il busto della santa viene esposto sull’altare maggiore della cattedrale e dopo la celebrazione della messa solenne da parte del vescovo ai fedeli viene consentito di venerare e baciare le reliquie. Nel pomeriggio viene effettuato il cosiddetto “giro interno” della città. La salita di San Giuliano è una prova di coraggio per i devoti, ma a seconda di come viene superato l’“ostacolo”, viene visto come un segno di buono o cattivo auspicio per l’intero anno. Le candelore danno vita ad un’appassionante duello tra loro. Vince chi avrà resistito di più nella “nnacata” del cero. È un segno d’amore e di devozione che non manca mai. È un pezzo della festa riservato ai giovani. Ci vogliono forti braccia e gambe salde per tirare le tonnellate e tonnellate della “vara”. La sosta presso il monastero benedettino delle monache di clausura è il momento in cui la liturgia cristiana, nella paradigmatica e unificante espressione del canto, si sposa con le istanze devote della pietà popolare. L’origine del testo e della musica dell’inno finale che si canta davanti il monastero di via Crociferi, è ignoto.

Giorno 12

È il giorno dell’Ottava, ultimo giorno di festa, otto giorni dopo l’uscita della Vara. Solitamente il giorno dell’Ottava veniva effettuata una processione con il busto della santa all’interno della Cattedrale. Oggi l’unica manifestazione che abbiamo in questo giorno è la suggestiva processione in piazza Duomo effettuata alla presenza dei fedeli e delle autorità cittadine.

 

Per visionare il programma della festa di quest’anno: http://www.circolosantagata.it/files/programma-sant’agata.pdf

 

Laura Ciancio

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